ELSINORE

FESTA DEL CINEMA DI ROMA

Di Gianluca Meotti

Il 13 novembre 1989, Ian Charleson debutta con un Amleto all’Olivier Theater del National Theater di Londra; continuò a interpretare il protagonista eponimo per 24 repliche, finché morì per le complicazioni date dall’AIDS all’inizio del gennaio seguente. Elsinore di Simone Stone è la cronaca degli ultimi mesi di vita di Charleson (Andrew Scott), seguendolo nella preparazione dell’opera shakespiriana mentre cerca la malattia diventa sempre più destabilizzante.

Ian Carleson è un uomo spaccato a metà, un terreno su cui agiscono forze contrapposte che lo portano a vivere la propria vita con le stesse tensioni drammatiche di un’opera di Shakespeare. Intanto è un attore ricordato per un unico ruolo, quello di Eric Lidell in Momenti di gloria (Chariots of Fire, Hugh Hudson, 1981) grande produzione hollywoodiana di cui “tutto ciò che la gente si ricorda è la canzone”, ma che in realtà ha iniziato a recitare al cinema per un regista corsaro e anarchico come Derek Jarman e ora sta cercando di togliersi di dosso l’immagine di attore da film commerciali tornando a recitare a teatro IL dramma per eccellenza. E poi c’è la questione della sua sessualità, che non ha mai reso pubblica (le cause della sua morte verranno rese note solo dopo per sua volontà, rendendo la sua la prima morte nel mondo dello spettacolo britannico apertamente attribuita a queste cause contribuendo a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’HIV e sull’AIDS e favorendo l’accettazione delle persone affette dalla malattia): sia in Momenti di gloria che nelle altre sue apparizioni cinematografiche incarna un tipo di personaggio maschile molto eighties, un macho duro e virile che mal si sposa con la sua personalità fuori dalle scene, che nel film Stone è molto abile a descrivere da subito e con poco, creando una faglia ancora più profonda nella percezione del pubblico che aveva visto i suoi film. Tutto il film è imperniato su questa tensione, quella che si crea fra il percepito e la realtà dei fatti, e sulla contemplazione di quanto le definizioni di come gli altri ci vedono raccontano una versione completamente sbagliata di noi, e in questo senso ci Elsinore ci dice che batterci per farci conoscere come veramente siamo da tutti è impossibile, perché anche quando Ian recita un intenso Amleto le critiche, entusiaste, elogiano la grande virilità con cui Charleson interpreta il personaggio, la stessa che contraddistingueva i suoi personaggi cinematografici più cheap. Ma del resto, come dice lo stesso Ian in un alterco con Jarman, lui è un attore, se il pubblico vedesse lui e il personaggio avrebbe fallito il suo lavoro.

Come il suo protagonista, anche Elsinore stesso è attraversato da due forze che tirano in direzioni diverse, prevalendo prima l’una e poi l’altra. Da una parte c’è la sincera necessità di raccontare quanto drammatica ma allo stesso tempo impellente per Charleson sia stata la realizzazione dell’Amleto, una delle opere teatrali più complicate da portare in scena anche a causa dell’elevato investimento emotivo che chi interpreta il protagonista fa, sempre più debilitato e con i sarcomi che a poco a poco arrivano a svelare le sue vere condizioni Andrew Scott ingaggia una battaglia corporale con il suo organismo del quale cerca costantemente di mantenere il controllo, nonostante gli spasmi e l’astenia; del resto Charleson ha come unico obiettivo quello di salire sul palco per lasciare un segno del suo passaggio su questo mondo e non diventare soltanto un altro numero sulle statistiche, all’epoca in rapida crescita, sull’incidenza dell’HIV. Dall’altro lato però Stone carica di un pathos incomprensibile, forse non più di tanto se si è disposti a guardare l’opera da un’ottica shakespeariana e considerando che viene dal teatro, una storia su cui non servirebbe calcare troppo la mano, anche perché il rischio, che qui è parzialmente ottenuto, è quello di fare uno di quei film sull’AIDS che si facevano negli anni ’90, di cui Filadelfia (Philadelphia, Jonathan Demme, 1993) è l’infausto apripista, in cui i personaggi omosessuali passavano dal ruolo di amici eccentrici e sfacciati delle protagoniste femminili a malati che tossivano sangue, abbandonati alla solitudine di un letto d’ospedale.

Autore

  • Studente DAMS di giorno; per il resto cinema, film e pellicole cinematografiche. Nella sua testa c’è sempre un piccolo Marshall McLuhan che gli dà ragione.


     

     

     

     

     

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *