È L’ULTIMA BATTUTA?

NUOVE USCITE

di Gianluca Meotti

John Bishop è un comico inglese, classe 1966, e l’ispiratore dell’ultimo film da regista di Bradley Cooper. Succede che Bishop conosce Will Arnett (che del film oltre ad esserne il protagonista è anche autore del soggetto, sceneggiatore e produttore) e gli racconta di come la stand-up comedy abbia avuto un effetto catartico per la sua vita e soprattutto di come sia riuscita a riavvicinarlo con la ex moglie. I due capiscono che c’è una storia e iniziano a scrivere un copione che affidano a Bradley Cooper e che diventerà questo film.

Alex Novak (Arnett) è un newyorkese di mezz’età, lavora nella finanza e si sta separando dalla moglie Tess (Laura Dern), ex campionessa di pallavolo che medita un ritorno come coach, con la quale ha due figli. I due cercano di aggiustarsi il meglio possibile a questa nuova situazione, fondando su comunicazione e comprensione il difficile momento di transizione al di fuori delle rispettive vite. Dopo una serata a casa di amici, e mezzo edible, Alex si ritrova ad iscriversi ad una serata di stand-up comedy senza essere mai salito su un palco prima; il monologo va bene e convince l’uomo a tornare anche nelle settimane seguenti. Esibirsi diventerà la vera terapia che porterà Alex a tirare le somme della sua vita e del rapporto con Tess.

Al suo terzo film, possiamo dire che esiste ufficialmente una “formula-Cooper”: uomini di mezz’età, artisti, che tramite la loro arte riescono a riconciliare, o quanto meno a pacificarsi, con tutto ciò che non andava nelle loro vite, il tutto all’interno di cornici che rischiano sempre di diventare retoriche per eccesso di sdolcinatezze varie, ma che riescono a restare di qua dal ridicolo. Dei tre film questo è forse quello che di più spinge su quest’ultimo fronte, dato che, rispetto a A Star Is Born (2018) e Maestro (2023), dove l’elemento di performance musicale aveva la possibilità privilegiata di farsi tramite dei tumulti emotivi dei protagonisti, la stand-up comedy per sua natura si basa quasi unicamente sulle parole ed è quindi molto meno cinematografica in chiave espressiva di un concerto di Lady Gaga/Ally o di una sinfonia di Mahler diretta da Cooper/Leonard Bernstein.

Quindi, quello che rimane a Cooper sono i personaggi, e il loro sforzo per far funzionare quello che non dovrebbe funzionare. Sebbene Alex e Tess si muovano in quegli stessi ambienti dell’upper class newyorkese dei protagonisti di Storia di un matrimonio (Marriage Story, Noah Baumbach, 2019, richiamato chiaramente nella scena dei pidocchi), con cui oltre ai luoghi e a una scrittura molto fine il film di Cooper condivide anche un’ottima Laura Dern, rispetto ai protagonisti del film di Baumbach l’anatomia del loro divorzio sembra rispondere a tutte altre logiche: quelle della comprensione, dell’aiuto reciproco, del dialogo e, non ultimo, di un amore che sembra non essersi spento nonostante la situazione. Quello che sempre colpisce nei film di Cooper, e in questo in particolare, è la quantità di vita vera e vissuta che cuce attorno ai suoi personaggi; Tess e Alex si portano addosso il peso della loro relazione più che ventennale e un vuoto che dovrebbe allontanarli, portarli ad odiarsi, ma che invece utilizzano per capire chi sono diventati in questi ultimi ventisei anni, cosa gli manca, cosa non va, cosa vorrebbero fare ed infine rincontrarsi.

Nel suo percorso casuale di autoanalisi, Alex viene trasportato in un mondo che sarebbe stato ideale per lui quando la loro relazione è iniziata; infatti, fra le cose che gli rimproverano diversi personaggi nel corso del film c’è quella di essersi trasformato in un impiegato grigio e privo di vitalità, tanto diverso da quel ragazzo spiritoso e pieno di entusiasmo che è stato. Trovarsi fra aspiranti comici riaccende in lui quello che tanti anni di vita adulta avevano atrofizzato, si riappropria di se stesso e convince anche gli altri che quella persona che sta sul palco che si esibisce è il vero lui (“Non fai ridere, ma la gente ti apprezza perché sei genuino”); succede così che la sua dramatis persona riprende possesso del suo intero essere.   

Bradley Cooper, che qui manovra anche la camera a mano (uno degli espedienti più funzionali di tutto il film), con la sua terza regia realizza un film che può sembrare generico, retorico, facile, scontato, ricattatorio nel costringere gli spettatori ad emozionarsi per le vicende dei protagonisti, ma che in ultima analisi si rivela un’opera incredibilmente vera che risplende dei suoi protagonisti, della loro chimica e della tenerezza che traspare dal caos esistenziale in cui si muovono, ma del quale provano a tenere le redini fino alla fine per non lasciarsi andare all’odio e al vampirismo dei sentimenti altrui, come dice Alex in una delle scene più belle del film. Ancora una volta, ai personaggi di Cooper bastano un microfono e/o un palco con una platea ad ascoltarli per capire chi sono veramente e cosa vogliono.

Autore

  • Studente DAMS di giorno; per il resto cinema, film e pellicole cinematografiche. Nella sua testa c’è sempre un piccolo Marshall McLuhan che gli dà ragione.


     

     

     

     

     

Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *