NUOVE USCITE
Di Gianluca Meotti
Se volessimo dare un sottotitolo all’ultimo film di Alejandro González Iñárritu potremmo direttamente mutuarlo da quello che forse è il suo film più conosciuto e chiamarlo: Digger – o L’imprevedibile virtù del paraculismo. Se c’è un sotto-sotto genere che in questi anni sembra star interessando particolarmente diversi cineasti, in particolare i non americani, è quello dei film apocalittici o post-apocalittici che, con metafore alle volte risibili, ripropongono una versione farsesca ed esagerata dei tempi in cui stiamo vivendo, dove le tutte le possibili tragedie che ci causano tanta apprensione, cambiamento climatico, guerre mondiali, virus nuovi e micidiali, inequità sociale, si sono avverate tutte insieme lasciandoci sull’orlo dell’estinzione. Ad essere sedotti dalla possibilità di raccontare quello che sarà il futuro sono stati grandi autori da Bong Joon-oh con Mickey 17(2025), Adam Mackay con Don’t look up (2021), ma anche più recentemente Ridley Scott con The dog stars – Le stelle dopo la fine (The dog stars, 2026)e Phil Lord e Chris Miller con L’ultima missione: Project Hail Mary (Project Hail Mary, 2026); e adesso è toccato ad Iñárritu.
Digger Rockwell (Tom Cruise), nomen omen, è a capo di un’importante compagnia petrolifera che estrae milioni di barili al giorno grazie anche ad un accordo fatto sottobanco dal presidente USA Compson (John Goodman) con la Groenlandia. Una mattina succede il disastro: una larga parte del ghiacciaio su cui la compagnia di Rockwell sta lavorando si stacca e punta verso il Nord Europa, esponendolo al rischio di inondazioni e violenti tsunami. Così accade; migliaia di persone muoiono e Digger, insieme a tutto il carrozzone della presidenza americana, dovrà riparare al danno o almeno uscirne indenne.

Ma perché si è parlato prima, bonariamente, di paraculismo? Perché ad un certo punto il film cambia, diventa altro e tutto sembra portare al fatto che Iñárritu sia consapevole degli alti e bassi che questo filoncino di film è arrivato a toccare; ma, nonostante ciò, con questi codici vuole giocarci, contro e con, arrivando allo stesso tempo a criticare la sostanziale impossibilità per un film di cambiare veramente le cose ma facendo un film chiaramente moralistico con cui mette in luce alcuni degli aspetti più grotteschi della nostra realtà. Non è questo il luogo per rivelare il twist con cui Iñárritu si chiede quanto e se ancora ha senso continuare a fare ciò che fa, ma vi basti sapere due cose: il riferimento a Birdman – o L’imprevedibile virtù dell’ignoranza (2014) in esergo non era lì solo per il sottotitolo e che la risposta alla domanda di cui sopra, a cui il regista giunge, è allo stesso tempo no e sì. Denunciare l’impossibilità dell’arte di sortire qualche cambiamento nel mondo in cui viviamo è un’affermazione scontata e francamente poco interessante, quello che fa Iñárritu è in realtà molto più sottile. Tramite la figura di Digger trova nuovamente il modo di mettere in scena sé stesso, come aveva fatto in maniera più evidente in Bardo, la cronaca falsa di alcune verità (Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades, 2022) suo film precedente, e in un’operazione simile a quella di Pedro Almodovar in Amarga navidad (2026), autodenunciare la sua stessa fallibilità. La totale inettitudine, il cieco egocentrismo e la sicurezza con cui Digger predica da un pulpito che dovrebbe ricordare quello delle Nazioni Unite o di qualche altra istituzione internazionale, ma che dopo il disastro assume piuttosto le sembianze di un match di wrestling con tanto di annunciatore, diventano allora gli stessi difetti che Iñárritu riconosce in sé e nei suoi colleghi cineasti di fronte all’imminente catastrofe; eppure, anche dopo aver ammesso questa colpa, Iñárritu non riesce a rinunciare al gesto che sta mettendo sotto accusa: continua comunque a fare il film, quasi confermando fino in fondo quell’egocentrismo che ha appena denunciato. Così facendo Iñárritu ammette anche che oggi un cinema di denuncia su larga scala di tutto ciò di terribile che sappiamo sulla nostra società è diventato totalmente inutile perché ormai tutti in potenza sappiamo tutto di ogni cosa, e l’unico motivo per cui può avere senso fare un film su un miliardario pazzo che ha distrutto il mondo è che “la gente deve poterci ridere” come dice ad un certo punto il mefistofelico personaggio di Jesse Plemons, su cui per motivi di riservatezza non possiamo dilungarci troppo. Uno schermo nero mantenuto per 129 minuti sarebbe forse stato un gesto più coerente e radicale della satira di Digger; ma il fatto stesso che Iñárritu non riesca a rinunciare al film, pur riconoscendone l’impotenza e perfino la componente egoistica, finisce per diventare una confessione di fallibilità e, proprio per questo, una testimonianza di sincerità profondamente umana, anche nelle sue forme più meschine.


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