NUOVE USCITE
Di Riccardo Morrone
Chi meglio di Takeshi Kitano può conoscere il significato di “suicidio artistico”? Un’etichetta nata per il suo Getting Any? (みんな~やってるか! / Minnā yatteru ka!, 1994) e recuperata per l’omonima trilogia composta da Takeshis’ (雙面北野武, 2005), Glory to the Filmmaker! (監督·ばんざい! / Kantoku Banzai!, 2007) e Achille e la tartaruga (アキレスと亀 / Akiresu to kame, 2008). Nello stesso solco si inserisce anche il nuovo Broken Rage (ブロークン レイジ / Burōkun reiji, 2024), presentato nel fuori concorso alla 81ª Mostra del cinema di Venezia e ora disponibile su Prime Video, un’opera ancora una volta a metà strada tra il suicidio artistico e l’omicidio del genere.

Ventunesima regia del Maestro settantottenne Takeshi Kitano, Broken Rage è un film di sessantacinque minuti che ripercorre in due segmenti distinti (ad essere precisi tre) la medesima storia, quella dell’attempato killer Nezumi (lo stesso Beat Takeshi), costretto dagli eventi a collaborare con l’agente Inoue (Tadanobu Asano, vincitore del Golden Globe per Shōgun [Rachel Kondo e Justin Marks, 2024]) per consegnare alla giustizia alcuni membri della Yakuza coinvolti in un racket di droga. Dopo Kubi (首, 2023), produzione di stampo storico tutt’ora inedita in Italia (come quasi tutti i suoi titoli più recenti), stavolta il multiforme ingegno di Kitano torna ad esprimersi in un contesto a lui decisamente affine, quello del poliziesco. Infatti, se la definitiva polverizzazione dei pilastri narrativi e formali dello yakuza movie aveva già preso avvio con la saga di Outrage (2010-2017) – una trilogia dal tono cupo e crepuscolare in cui il conflitto generazionale tra gangster finiva per sfociare in un’esasperata dinamica di continui colpi di mano e inutili carneficine –, qui Kitano riprende il discorso spostandosi dalla via della destrutturazione a quella della desacralizzazione, della revisione in chiave parodica di quei meccanismi che lui stesso aveva contribuito a definire.

E l’intento si legge chiaramente fin dalla prima parte, confezionata come un’algida imitazione di quelle nerissime storie di mafia a cui siamo abituati (attraverso la colonna sonora, la fotografia e i campi lunghi e lunghissimi della metropoli in apertura), ma in cui sono già disseminati elementi di volontaria e quantomai evidente comicità: su tutti il nome del sicario (“topo”), il corpo attoriale consunto dello stesso Kitano ad interpretarlo (vederlo fare la panca piana e il tapis roulant non può che provocare una risata trattenuta) e, più in generale, l’affettata disinvoltura con cui la vicenda procede. Poi, nella seconda parte, è il demenziale a prendere il sopravvento: tutto viene inondato dal gusto burlesco e dissacrante di Kitano, dalle gag e dallo slapstick, e il ritmo è scandito da intermezzi imprevedibili tra l’assurdo e il geniale, come l’interrogatorio della polizia o la trasformazione di uno stallo alla messicana tra gangster nel gioco delle sedie musicali. Il tenore è quello del Kitano più spontaneo e sfrenato, quello che in Glory to the Filmmaker! inaugurava la parodia di Matrix con un pupazzo di Zidane che prendeva a testate tutti.

L’espediente della narrazione speculare crea l’opportunità di giocare con l’orizzonte delle attese del pubblico, ma Kitano non si ferma e pretende di sostituirsi al pubblico stesso prevedendone le reazioni nei “riempitivi per la durata”: questi, probabilmente intesi dal regista come l’ennesima boutade senza particolari velleità metatestuali, rivelano comunque il grado di consapevolezza che l’ha sempre contraddistinto, senza però preservarlo mai dai suoi suicidi artistici.
Nulla di più naturale per un artista che – è bene tenerlo sempre presente – ha esordito come comico di cabaret nel quartiere di Asakusa per poi divenire un popolarissimo volto della televisione nipponica, nonché l’ideatore dell’indimenticabile programma di culto Takeshi’s Castle (arrivato in Italia con il titolo di Mai dire Banzai!), un uomo dunque che nel mondo del cinema – e nel circuito dei festival – è entrato “dalla finestra” e anche un po’ per caso. E chissà che il terzo, brevissimo segmento del film non possa valere come sintesi completa e autoriflessiva di tutta la sua carriera.

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