CLUB KID

This entry is parte 12 di 22 in the series N6 2026

FESTA DEL CINEMA DI ROMA

Di Pablo Traversa

La quantità di voci queer nel panorama cinematografico attuale sta diventando sempre più forte, con una pluralità di voci quasi sempre in grado di trovare una loro peculiarità. Tuttavia, fatta eccezione per le incursioni nel cinema di genere, queste narrazioni sono contraddistinte da personaggi sofferenti, per i quali trovare il proprio posto nella società è sempre difficile. Questa scelta drammaturgica che fa capo alla difficoltà che realmente vivono le persone queer all’interno di una società fondata sull’eteronormatività. È per questo che davanti a un prodotto come Club Kid è possibile tirare un sospiro di sollievo, perché in questo caso il protagonista, assieme ad altri personaggi di supporto ma significativi, riesce a trovare uno spazio dove vivere la propria identità, dopo un essere andato incontro ad un percorso costellato anche di imprevisti e sofferenze. L’epilogo dolceamaro riservato al protagonista non risulta fuori luogo, concludere con un lieto fine sarebbe stata una forzatura, mentre il film riesce a trovare una chiusura realistica ma al tempo stesso carica di speranza verso il futuro. Il grande merito di Jordan Firstman, qui al suo debutto come regista oltre che interprete principale, è quello di rivendicare il diritto alla genitorialità delle persone omosessuali, accostando a questa istanza il racconto realistico e per niente edulcorato del mondo del clubbing. Queste due realtà in apparente contraddizione riescono a coesistere serenamente nel protagonista Peter, grazie a un lavoro di scrittura e regia davvero notevole (specialmente se si considera che si tratta di un esordio), tanto da poter annoverare Club Kid come nuovo cult del cinema queer, al pari di classici come Mysterious Skin di Gregg Araki, citato in un dialogo del film. 

Peter è un giovane omosessuale e gestisce una discoteca gay a New York assieme alla sua socia Sophie (Cara Delevigne), a cui delega quasi tutte le responsabilità. La sua è una vita segnata da eccessi, promiscuità sessuale e dalla dipendenza da sostanze. Nonostante il passare degli anni il suo stile di vita non sembra cambiare, e Sophie sta progressivamente cercando di estrometterlo dalla loro attività. Questo equilibrio precario viene improvvisamente scosso dall’arrivo da Londra dell’estrosa Edison con il piccolo Arlo, rimasto orfano di madre e con un patrigno abusante, che Peter scopre con grande stupore essere suo figlio, rimasto senza madre e con un patrigno violento. Nonostante Peter si reputi inizialmente inadatto al ruolo di padre, con il tempo il rapporto con Arlo diventa l’occasione per mettere ordine nella sua vita e riuscire a contare davvero per qualcuno. 

Firstman riesce nel compito di dare voce alla cultura e allo slang non soltanto della comunità gay ma a quello delle giovani generazioni. Il film è costruito anche su riferimenti a meme, canzoni, t-shirt con stampe ironiche, ma nel farlo non realizza un film accessibile esclusivamente ad un pubblico in grado di riconoscere questo ricco substrato culturale. Club Kid è un racconto universale sulle seconde occasioni, sulla possibilità di cambiare in cui potrà riconoscersi una platea molto ampia. La sceneggiatura che comprende diversi cambi di registri e toni passando dalla commedia romantica a legal drama, alternando risate e commozione. Il tutto supportato da una regia intima, dotata di un controllo davvero ammirevole della macchina da presa. 

L’analisi delle personalità che abitano il variegato mondo del clubbing risulta dettagliata e realistica, e ne racconta gli eccessi senza cadere nel moralismo. Il film si inserisce pienamente nella dimensione e nell’estetica del cinema indipendente americano, di cui conserva l’essenzialità del linguaggio nei momenti più emotivi, pur non ricorrendo mai alla lacrima facile. Convincono anche la caratterizzazione dei protagonisti e la costruzione del loro rapporto padre-figlio, ma anche una serie di comprimari e personaggi secondari, ritratti in maniera mai macchiettistica pur avendo poco spazio a disposizione. Pur non essendo un racconto corale, il film funziona anche grazie alla loro presenza, in particolare quella di Kirby Howell-Baptiste e Diego Calva, il cui carisma arricchisce la storia. 

Nel terzo atto acquistano centralità le difficoltà e i paradossi burocratici e legali legati alla genitorialità, che colpiscono tutte le realtà familiari non ammesse dalla legislazione. In questi momenti Club Kid raggiunge una vetta di intensità paragonabile a quella di film cult come Kramer contro Kramer, di cui riesce a cogliere l’essenza per reinterpretarla in chiave contemporanea e queer. 

N6 2026

LA BOLA NEGRA JUST AN ILLUSION – LA MIA FAMIGLIA QUASI PERFETTA

Autore

  • Bari classe 1999, Pablo Traversa appassionato di cinema queer, cineasti sudamericani come Larrain o Inarritu e ritratti femminili a tutto tondo come quelli di Von Trier o Cassavetes, frequenta la magistrale di Cinema, Televisione e Produzione Multimediale a Roma Tre.

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