FESTA DEL CINEMA DI ROMA
Di Pablo Traversa
Terminata la visione di Just an illusion è lecito domandarsi perché questo titolo appartenga ad un racconto così colmo di gioia e speranza verso l’avvenire. La risposta a questo interrogativo fa sì che la visione non finisca con i titoli di coda, perché l’illusione di cui si parla è riferita al film stesso, nella sua totalità. Una storia in cui tutti i problemi della famiglia trovano risoluzione, anche grazie a quello che nel film viene definito, un ‘miracolo’, per lo spettatore di oggi non può che essere un’illusione. Questa precisa premesse ideologica da cui il film parte rende giustificabili i momenti più zuccherosi e alcuni passaggi narrativi risolti dalla sceneggiatura con una piacevole semplicità.
Ed è per questa ragione che una volta fermata la visione si vorrebbe tornare nella sala per immergersi nelle immagini di Eric Toledano e Olivier Nakache. Il film commuove proprio per questa sua ingenuità che oggi suona come anacronistica, lasciando allo spettatore di immaginare a quale destino andrà incontro la famiglia protagonista, e fino a quando l’innocenza del tredicenne Vincent Dayan rimarrà incontaminata. Toledano e Nakache, noti per il successo internazionale di Quasi Amici, portano avanti l’idea di un cinema popolare, in grado di arrivare a tutti, ma non per questo banale o sciatto nella messa in scena, bilanciandola componente drammatica con quella comica, e in grado di entrare in dialogo con il cinema d’autore europeo.

Just an illusion si presenta come il classico racconto di formazione, che nelle mani abili dei suoi registi diventa un pretesto per raccontare gli anni ‘80, del tramonto del benessere economico tipico della generazione del periodo postbellico, mostrandoci le vicissitudini professionali dei genitori Yves e Sandrine (Louis Garrel e Camille Cottin). Lui è stato da poco licenziato e cerca di occultare questo ai figli, lei è stufa del suo impiego come segretaria e cerca un lavoro più soddisfacente per sostenere la famiglia. Il film intercetta il cambiamento della società anche all’interno delle relazioni di genere mostrando una figura maschile spesso incapace di imporre la sua autorità, e un femminile sempre meno legato alle costrizioni casalinghe. Lo spirito di quegli anni viene restituito attraverso gli elementi più diffusi nell’immaginario comune, dal noleggio delle VHS all’abbigliamento, passando per la colonna sonora, composta dai grandi successi del periodo, usati a volte in maniera un po’ invadente, anche se la sequenza del ballo di Garrel e Cottin sulle note di I’m so excited è tra i momenti più memorabili del film.
L’operazione messa in atto dai due registi, estremamente consapevoli dei propri limiti quanto dei propri punti di forza, aggira il rischio di cadere troppo nel nostalgico, come accaduto anche a autori rinomati come Branagh in Belfast e Spielberg in The Fabelmans. Laddove quei due film non riuscivano ad avere un ampio respiro restando estremamente vincolati al vissuto dei propri autori, e troppo legati al punto di vista dei loro giovani protagonisti, Just an illusion riesce ad essere un racconto corale dove le vicende dei membri della famiglia si alternano organicamente. L’effetto da film nostalgia viene ulteriormente scongiurato dall’inclusione nel film di uno scenario politico, che ricopre una posizione di rilievo nell’economia del racconto. Il primo amore del piccolo Vincent per la compagna di classe Anne-Karine si scontra con i pregiudizi classisti e razzisti della famiglia da cui lei proviene, così come il tema dell’identità della famiglia Dayan, che ha radici ebree nordafricane, acquista centralità nei racconti dei genitori e con la preparazione del bar mitzvah.
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