L’AMICA GENIALE

This entry is parte 9 di 22 in the series N6 2026

TECNICA

di Sibilla Bissoni

Nel 2018, dalla mente di Saverio Costanzo, nasce L’amica geniale. La serie tv si svilupperà linearmente fino a concludersi con la quarta ed ultima stagione nel 2024. L’opera televisiva è stata prodotta per Rai Fiction in Italia e per HBO nei paesi anglofoni e, sin da subito, il suo successo è stato palpabile e palese.

Tratta dall’omonima serie di romanzi scritti dall’affascinante e misteriosa autrice Elena Ferrante, L’amica geniale rappresenta un reale modello per quanto riguarda la qualità della tecnica cinematografica e il brillante acume di sceneggiatura nel nostro Paese. L’infelice, ma onestissima, nomea per cui le serie tv italiane siano spesso giudicate come prodotti trash o di scarsa qualità non è un pregiudizio fine a se stesso, ma una triste verità (facendo le dovute eccezioni). L’amica geniale, nel suo piccolo spazio divenuto, con gli anni, sempre più visibile, si è eretta a simbolo di fiero riscatto per le produzioni nostrane.

La base narrativa da cui parte il percorso che accompagna gli innumerevoli personaggi contenuti nell’universo de L’amica geniale è solida, perché deriva da una serie di bestsellers scritti magistralmente da una delle autrici più interessanti e acute del nuovo millennio. Questo è senz’altro un buon punto di partenza, ma, come è ben noto, non basta una bella storia per creare un cult televisivo.

Nessun film e nessuna serie tv riescono ad essere accattivanti per caso; è sempre un lavoro critico quello che ricerca le motivazioni tecniche dietro ad un grande successo. In questo caso, le fondamenta che hanno permesso a quest’opera di innalzarsi a gioiello prezioso della produzione seriale italiana sono tre: la bravura degli interpreti, l’attenzione sulla regia e la pluralità delle possibilità d’immedesimazione nel pubblico.

Ora analizziamole insieme: partiamo dall’importanza innegabile che hanno le interpretazioni attoriali individuali e corali nella serie tv. I casting per decidere chi avrebbe indossato i panni dei protagonisti e dei personaggi secondari, in questo specifico caso, hanno dato ad una bella storia da mettere in scena un’ulteriore spinta, capace di innalzare un banale dramma ad una quotidiana epopea eroica.

Raffaella Cerullo detta Lila (Ludovica Nasti, Gaia Girace, Irene Maiorino) ed Elena Greco detta Lenù (Elisa Del Genio, Margherita Mazzucco, Alba Rohrwacher) sono le indiscusse protagoniste dei libri e della serie. Due donne nate e cresciute in un degradato rione napoletano, la cui vita (dall’infanzia alla terza età) viene sviscerata ed indagata per svelarne le differenze, le debolezze, i segreti più reconditi ed i dettagli più intimi, attraversando anche la storia sociale e culturale dell’Italia dal secondo dopoguerra ai giorni nostri.

Il punto di vista che lo spettatore ha per tutte e quattro le stagioni è quello di Lenù. Questo elemento è direttamente ricavato dalla prima persona, sempre del medesimo personaggio, presente nella serie di romanzi firmati dalla Ferrante. Entrambe le protagoniste vengono interpretate da tre attrici principali per le tre fasi d’età trattate maggiormente nella narrazione – quindi bambine, ragazze e adulte. Tutte e sei le attrici impegnate in questo complesso lavoro hanno restituito alle due donne, frutto di una fantasia romanzesca mescolata ad elementi reali, una dignità ed una credibilità essenziali per la riuscita di questo prodotto.

L’interpretazione di entrambe, passando di testimone a metà della prima stagione e, di nuovo, all’inizio della quarta (salvo il piccolo cameo di notevole impatto di Elisabetta De Palo nei panni di Lenù anziana), non cambia solo effettivamente corpo fisico, bensì carattere ed atteggiamento umano. Il neorealismo ripreso e ritrattato all’interno de L’amica geniale è una chiave importantissima per aprire nelle menti di chi guarda la piena consapevolezza di quel che sta, di fatto, guardando.

La storia che accompagna Lila e Lenù le vede, salvo piccole eccezioni, iniziare dallo stesso punto di partenza, per poi prendere due strade assai differenti, eppure, in qualche modo, sia parallele che perpendicolari. Il loro legame, reso in modo giustamente confusionario dalle interpreti, è talmente presente e ingombrante da comporre un ulteriore personaggio astratto, capace, attraverso una poetica che dall’iper-realismo passa velocemente al surreale, di creare una porta aperta per il coinvolgimento degli spettatori. La molteplicità dei dettagli e delle declinazioni che la storia prende crea dei tentacoli che hanno il potere di coinvolgere le persone dai vissuti più diversi, e questa è una delle forze più grandi della serie.

Napoli e il rione, poi Torino, Milano, Firenze ed Ischia: da luoghi principali della narrazione divengono spazi dotati di un’ipnotica universalità. Lila è, grazie alle attrici che la interpretano, un perpetuo pugno allo stomaco ed un catalizzatore emotivo ammaliante. Il viaggio del personaggio è curato in modo quasi maniacale: a partire da Ludovica Nasti che interpreta una bambina abusata, sporca e caparbia, fino ad arrivare alle incoerenze, violenze e debolezze di un’adolescenza tranciata di netto da un matrimonio forzato interpretate schiettamente da Gaia Girace e, per concludere il cerchio, troviamo una grandissima Irene Maiorino che interpreta una donna determinata e complicata, ma irrimediabilmente e ripetutamente distrutta dalle circostanze infami della vita.

Lenù, ossia la voce narrante della storia, riesce ad intersecarsi perfettamente con la complessità di Lila, grazie, sopratutto, a Margherita Mazzucco che la interpreta dalla pubertà alla maturità dei trent’anni e che intercetta, con uno sguardo spaventato e pervaso da un’insicurezza causata da una grande (e giustificata) sindrome dell’impostore, la natura sfaccettata della parabola della self-made woman che non riesce a guardare avanti. Fino ad arrivare ad Alba Rohrwacher, che, con un talento enorme, riesce a far evolvere la ragazza perennemente in conflitto con se stessa in una donna consapevole, che abbraccia le sue innate fragilità nonostante la voce perennemente rotta, anche nel continuo dissidio-amore con l’amica Lila.

Una doverosa menzione d’onore va a Fabrizio Gifuni, interprete di Nino Sarratore in età adulta. Rappresentando l’uomo a lungo odiato, amato e conteso tra le due protagoniste, riesce a porre sul suo personaggio un’aura viscida e manipolatoria, eppure naturalmente affascinante. L’attore, che come è ben noto si è distinto per una carriera brillante al teatro, al cinema e anche nell’ambito delle serie tv, ne L’amica geniale dona al pubblico un’interpretazione interessantissima e da non sottovalutare.

Passiamo ora all’attenzione estrema e sempre funzionale data alla regia de L’amica geniale. La serie tv, come spesso accade, non è diretta da un solo regista, bensì da una pluralità di persone. Ne rimane impressa una linearità coerente che, però, lascia sempre spazio alle individualità artistiche per esprimersi al meglio. Nella prima stagione abbiamo, come già specificato in precedenza, un tono palesemente neorealista, complici anche le macerie morali date dagli anni ’50 del ‘900 in cui è ambientata. Saverio Costanzo, che dirige proprio la stagione pilota, è molto capace nella creazione di un ambiente quasi sfacciatamente artefatto. Tutta la cornice del rione e dell’affermazione silente della camorra nei suoi numerosi ambienti, comprese le declinazioni dei mille rapporti tra bambini e adulti che lo abitano, delineano una scenografia viva, parlante e presente. Proseguendo per la seconda stagione abbiamo una riconoscibile e sognante Alice Rohrwacher che, attraverso originali trovate di montaggio e di messa in quadro e una direzione che si affaccia solo timidamente ad un realismo intimista, riesce a far crescere dolcemente i personaggi e la loro storia, dividendo le vite fisiche di Lila e Lenù. Daniele Luchetti e Laura Bispuri dirigono invece la terza e la quarta stagione, che diventano più forti nei dialoghi e nella storia, togliendo decisamente risalto ai tecnicismi estetici della regia.

Comunque, per concludere questa disamina, si può dire con sicurezza come il testimone sia stato passato in modo azzeccato tra i quattro cineasti, tutti capaci di imprimere uno stile riconoscibile nel rispetto di una storia che rimane, giustamente, unita ed unica.

Il terzo punto da esplorare è la pluralità delle possibilità d’immedesimazione nel pubblico. Questo elemento può parere più astratto dei precedenti, eppure è fondamentale per la riuscita del prodotto televisivo di cui sto scrivendo. Costanzo, grazie ai libri della Ferrante e alle ricavate sceneggiature, riesce ad ideare un’opera che si potrebbe meritatamente appellare con l’aggettivo di sublime.

Il sublime che, per sua definizione, spaventa così tanto da affascinare irrimediabilmente chi lo osserva, è un concetto filosofico ripreso più molte da vari media artistici. Dalla pittura fino al cinema e alla serialità televisiva, il sublime si arrampica e conquista L’amica geniale che, raccontando di un lungo percorso di formazione conflittuale e dicotomico, parla a tutti perché tocca veramente (e mai superficialmente) un’infinità di temi sociali, come ad esempio l’emancipazione femminile, la violenza di genere e la maternità, ma anche d’ambito squisitamente umano come l’amore, l’amicizia e il disturbo mentale. Tutto questo viene confezionato con interpretazioni, fotografia, regia e sceneggiatura che pungulano in modo perpetuo il cervello degli spettatori, giocando benissimo con l’orrore mischiato all’amore. Con questa ricetta, il fascino irresistibile che si instilla negli spettatori per i personaggi e la loro storia è quasi obbligato.

Così L’amica geniale rimane senza dubbio uno dei prodotti di serialità televisiva made in Italy di più ampio successo e di più fine qualità prodotti nelle ultime decadi. Non è facile tenere alta la tensione e l’interesse per quattro stagioni consecutive e con un tema che, pur risultando accattivante, mantiene un aspetto rischioso. Raccontare cinquant’anni della storia d’Italia intersecata a quella di due donne nate in uno sfortunato rione di Napoli poteva scadere assai facilmente nel chliché; eppure, una storia del popolo si innalza qui in un’avventura commovente, realista ed universale, riuscendo pienamente nell’intento di entrare nel cuore dello spettatore. I registi, gli attori e la stessa idea di narrazione riescono ad utilizzare tecniche semplici e complesse nell’intento (riuscito) di confezionare un’epopea brillante ed indimenticabile.

N6 2026

WITCHES LA NARRAZIONE DELL’ABITO: I COSTUMI IN “SLEEPY HOLLOW”

Autore

  • Sibilla Bissoni, classe 2004, nasce a Ravenna circa vent’anni fa. Frequenta il liceo artistico della città e si appassiona inizialmente alla fotografia ed in seguito al mondo del cinema, portando sempre avanti un amore parallelo per l’arte teatrale.
    Attualmente studia e vive a Bologna, frequentante del DAMS e frequentatrice di vari cinema, teatri e locali.
    Di lavoro fa la videomaker, destreggiandosi tra discoteche, eventi di varia natura e all’occorrenza matrimoni.
    Adora il reportage e la sua videocamera, le piace osservare quel che può e poi raccontarlo a parole o ad immagini.
    Pensa che un giorno sarebbe bello realizzare un vero documentario (e magari anche più di uno, e magari anche un film…) e contemporaneamente scrivere di quello che ama per vivere.


     

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