WITCHES

FIL ROUGE: CINE – STREGHE

di Nora Zine

Con Witches (2024), Elizabeth Sankey costruisce un saggio cinematografico che attraversa la storia della stregoneria per interrogare il rapporto tra femminilità, maternità e malattia mentale. Partendo dalla propria esperienza di depressione e psicosi post-partum, la regista trasforma il racconto autobiografico in una riflessione più ampia sulla paura che la società ha sempre nutrito nei confronti delle donne incapaci di aderire ai modelli imposti. La strega diventa così una figura di confine, il corpo sul quale vengono proiettate le inquietudini di un ordine sociale che fatica ad accettare tutto ciò che sfugge al controllo.

Il film procede attraverso un montaggio di sequenze tratte dalla storia del cinema, testimonianze personali e interventi di esperte, costruendo un archivio visivo in cui l’immaginario horror dialoga continuamente con la realtà. Le streghe del grande schermo, le madri tormentate e le donne rinchiuse nelle istituzioni psichiatriche finiscono per abitare uno stesso spazio simbolico: quello della devianza, della colpa e dell’esclusione. Il collage di immagini, talvolta ridondante, non costituisce un semplice esercizio cinefilo, ma diventa lo strumento attraverso cui Sankey mostra la persistenza di una narrazione culturale che ha storicamente associato l’autonomia femminile alla minaccia.

È però nella dimensione più intima che Witches trova la propria forza. La confessione della regista sottrae la sofferenza materna alla retorica della maternità idealizzata, restituendole la complessità di un’esperienza spesso taciuta per vergogna e paura. La condivisione del dolore si trasforma progressivamente in una forma di resistenza: alla solitudine imposta dalla malattia si oppone la possibilità di una comunità, di una congrega capace di accogliere ciò che altrove viene considerato inaccettabile.

Più che una ricostruzione storica della stregoneria, Witches è dunque un gesto di riappropriazione simbolica. Sankey ribalta il significato di una figura condannata per secoli, trasformandola da emblema del male in immagine di solidarietà e sopravvivenza. Un’opera imperfetta ma profondamente sincera, in cui il cinema diventa uno spazio di testimonianza e liberazione, capace di mettere in relazione la violenza del passato con le forme più sottili di esclusione del presente.

Autore

  • Studentessa al secondo anno di DAMS, Nora nasce nel lontano 2003 nella stridente Parigi, ma cresce per lo più tra i bar del Pratello da genitori appassionati di cinema. Il suo primo ricordo legato a quest’arte è la visione di La corazzata Potëmkin alla tenera età di quattro anni per ragioni ancora da chiarire. Forse nella speranza che si addormentasse. Non ha funzionato: anzi, ha solo alimentato la sua curiosità. Da quel giorno spulcia tutti i cinema, i festival, le mostre e le rassegne che incontra sul suo cammino.


     

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