WILD HORSE NINE

VENEZIA

di Edoardo Sampaoli

Riprendiamo qui nel 2026, nel corso dell’83esima edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dopo quattro (lunghi) anni dall’ultimo Gli spiriti dell’isola (The Banshees of Inisherin) del 2022, il regista britannico Martin McDonagh, che ritorna con una nuova opera.

Per i più frettolosi, volete un anticipo? Promosso a pieni voti. 

Wild Horse Nine narra di due agenti della CIA, attualmente in Cile poco prima del golpe del 1973 per “deporre” Allende, che fanno un viaggio nella cosiddetta “isola di Pasqua”, l’isola delle Teste, come ultima impresa di uno dei due, affetto da cancro e con poco tempo di vita rimastogli davanti. 

McDonagh, dopo In Bruges – La coscienza dell’assassino (In Bruges, 2008), 7 psicopatici (Seven Psychopaths, 2012), Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri, 2017) e la già citata pellicola del 2022, ritorna con un filo che, per questioni tematiche e di ambientazione, si ricollega molto al film precedente. Il lato umano, con la coppia di amici tra i quali intercorre un rapporto di vicinanza e lontananza, in un’ambientazione che sembra sospendersi nello spazio data la lontananza dal mondo civile, rimane un punto nevralgico nelle pagine di sceneggiatura del regista. 

L’aspetto più innovativo, ma al tempo stesso rischioso, consiste in tutta la dimensione politica, che entra a gamba tesa nella sceneggiatura (firmata sempre e solo da McDonagh) e si affianca al lato umanista indipendente dalla politica. Chris (John Malkovich), vero protagonista ancor più di Lee (Sam Rockwell), è indagato continuamente tra i due poli (poli che si intersecano tra loro, ma che mantengono sempre vita propria), ovvero quello politico e quello umano. 

Chris è un agente della CIA che non è più sicuro di credere agli ordini dell”esportazione “democratica” tutta statunitense, ma è anche un uomo vicino alla morte, il quale deve far fronte al resoconto della sua vita, al suo “servizio sociale”, a quello che ha lasciato alle persone e alla società nella sua vita.

È in questo campo perennemente minato che McDonagh rischia costantemente la sbavatura a causa dell’imporsi di uno dei due poli sull’altro, riuscendo tuttavia a farla sempre franca. 

Lo scorrere della storia e delle immagini è brillante, sagace, riflessivo ed agonizzante; complici, in questo, una regia solidissima e una maturità registica nota nel progredire della sua filmografia. La scrittura è un continuo interscambio di registri comici e riflessivi/analitici di una lucidità disarmante, che superano ulteriormente la già puntuale e impeccabile sceneggiatura de Gli spiriti dell’isola. 

Siamo essere umani, ma siamo anche esseri politici: non possiamo sottrarci a nessuna delle due dimensioni; quest’opera è il sunto dei due poli fra cui oscilliamo costantemente, con Lee che, seppur possa sembrare messo leggermente in ombra da un magistrale Malkovich, riprende lo stesso discorso di oscillazione. 

Difatti, seppur lungo, il film mantiene un arco del personaggio diverso, in un percorso che rimane quasi fino all’ultimo pendente sulla dimensione politica, ma a cui concorre uno sviluppo altrettanto significativo. Lee è dunque un personaggio meno ricco? No, affatto; semplicemente, come nella vita di tutti giorni fuori dallo schermo, i percorsi tra gli individui che vagano su questa terra sono diversi per ciascuno di noi, e saper contestualizzare questo concetto per poi applicarlo nella valutazione di una persona è essenziale. 

Wild Horse Nine è la ventata piacevole che ti dà respiro, che ti ricorda che il grande cinema politico-sociale-umanista resiste ed esiste, che la testimonianza dei tempi che viviamo e del difficile cammino dell’essere umano su questa desolante e asfissiante terra resiste ed esiste. 

Andate al cinema – anzi, correte a vederlo quando uscirà, perché abbiamo ancora bisogno di grandi storie che ci conducono alla catarsi, e queste ancora resistono. 

Autore

  • Edoardo nasce da un padre cinefilo che in gioventù possedeva una videoteca. In quarantena lo accompagna in visioni di film come Arancia Meccanica.
    Edoardo prova a passare il tempo libero gettandosi sui primi film, come un Taxi Driver su altadefinizione, che per sentire bene l’audio attaccò una cassa al pc. Da lì innumerevoli i pomeriggi passati in ricerca continua degli angoli più remoti del cinema. Tra i tanti, predilige il muto, lo spiritualismo di Tarkovskij, la disamina di fede e famiglia di Bergman, le nevrosi dell’umanità di Cassavetes, l’esoterismo di Jodorowsky, la verità estatica di Herzog, la follia di Fassbinder… ci fermiamo qua. È infatti tipico di Edoardo guardare le persone con lo sguardo nella foto soprastante che gli parlano di cinema che non sia Fight Club o Interstellar.


     

     

     

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