VENEZIA
Ancora una volta il cinema sociale francese fa centro
di Edoardo Sampaoli

Stéphane Brizé torna alla 83esima mostra di Venezia con Un bon petit soldat, accompagnato dalla protagonista Alba Rohrwacher.
Per linee narrative e scelte tematiche, non possono che venire subito in mente le analogie con un’altra sua opera del 2015, La legge del mercato (La Loi du marche) o con il titolo, personalmente, più puntuale in inglese The Measure of a Man.
È ancora una volta il cinema sociale, il cinema tanto caro ai francesi, i quali hanno offerto quasi annualmente prodotti costantemente stimolanti e che hanno potuto piano piano smascherare e analizzare tutte le dinamiche di una società i cui strati sociali si sono ormai spaccati marcatamente in due tra i proletari (o lavoratori) e i padroni (imprenditori, padroni o capitalisti, che dir si voglia), ad essere dalla parte vantaggiosa della storia.
Il divario non può che passare dal fabbricatore del capitalismo, un lavoro che si impone come ruolo vitale, ovvero a sostituire la vita, nell’esperienza di tutti noi. Non siamo più persone, ma solo forza lavoro, strumenti, generatori di un capitale che continuerà poi a circolare esclusivamente tra i padroni o CEO.
CEO, certo, in quanto Un bon petit soldat parla di Carla (Rohrwacher), arrivata faticosamente a lavorare come responsabile delle risorse umane di un’azienda di assicurazione. Il film parte nel momento in cui occorre rigirare il nuovo spot di lancio, in seguito a un primo tentativo fallimentare a detta del CEO (Vincent Lindon), compito che si assumerà Carla, la quale nel frattempo cercherà di rimanere una madre presente e dovrà infine affrontare dinamiche aziendali che faranno vacillare (forse) la convinzione nei confronti del lavoro che sta svolgendo.
La fotografia naturale di ambienti ben illuminati, quali gli uffici e gli esterni con giornate piene di luce, non può comunque coprire il marciume e il buio di un mondo in cui i personaggi brancolano tirati dalle fila di un capitalismo che o ti lascia ai margini, o ti tira dentro con le sue moralità dubbie.
Un capitalismo tinto tutto di buonismo, con i suoi incontri aziendali per il sostengo emotivo degli impiegati all’insegna di giochi come “Racconta una piccola gioia delle ultime 24 ore”, o ancora con quel sorriso tirato da due banconote nel tentativo di simulare un mondo che si cura ancora realmente dei suoi schiavi-lavoratori.
Carla è forse effettivamente la piccola buona soldatessa, o forse no. È empatica quando scopre gli abusi e il mobbing di una direttrice di un ufficio su una sua sottoposta, ma non lo sarà quando finirà per insabbiare tutto. È una buona madre che risponde sempre al figlio, con tanto di continue frasi affettive, o forse no quando la vediamo trascinare il figlio nella sua concezione del mondo già capitalista, imprimendogli la pressione che dev’essere il martello di ogni nostra mossa. Con il mondo dei 7 che non è abbastanza, che è il voto dei falliti che non produrranno (per i padroni) niente nella vita.
La redenzione per Carla è possibile? Forse; forse, per chi viene dal mondo sotterraneo, per chi viene dal fango e ne ha avuto la bocca piena per tutta la vita, per chi ha dovuto sputare per arrivare lì, forse allora, nonostante tutto, è possibile non cedere al manipolo sadico del capitale. Non è comunque l’autore che ci dà la risposta, forse proprio perché il compito più importante è analizzare e mostrare le dinamiche più che l’evoluzione singola di queste.
Un bon petit soldat è ancora l’ennesima conferma della solidità del cinema nazionale francese e del suo autore Brizé, della sua missione dedita al sociale pienamente centrata e sobria. Niente passi strappalacrime, niente sceneggiatura acchiappona, niente perbenismo e buonismo, nemmeno eccessiva caricatura del capitalista per urlare chi sia il cattivo.
Che dire, bien fait.

Lascia un commento