THE ROCKY HORROR PICTURE SHOW

This entry is parte 3 di 19 in the series N5 2026

FIL-ROUGE: CINE-LGBTQ+

“Il più bel musical rock della storia del cinema, un sublime concentrato di cultura camp, kitch, irriverente e genialmente pop” (Paolo Mereghetti)

di Iris Cetrulo

Tutto nasce da un’idea piccola e un po’ fuori asse nella Londra teatrale dei primi anni ’70: Richard O’Brien, attore e musicista, immagina una storia che unisce fantascienza di serie B, horror classico e musica rock, costruita come omaggio ironico ai film degli anni ’30 e ’40. Con il supporto del regista Jim Sharman, quell’idea diventa uno spettacolo teatrale che nel 1973 debutta con il titolo The Rocky Horror Show: un musical sfrontato, queer prima ancora che il termine fosse di uso comune, incentrato su un castello popolato da outsider e guidato dal magnetico e scandaloso Dr. Frank-N-Furter.

Il successo teatrale è immediato, alimentato più dal passaparola che dal consenso istituzionale. Da lì arriva il salto al cinema: nel 1975 nasce The Rocky Horror Picture Show, sempre diretto da Sharman e interpretato in gran parte dallo stesso cast teatrale. Tim Curry veste i panni di Frank-N-Furter, affiancato da Richard O’Brien (Riff Raff), Patricia Quinn (Magenta) e Nell Campbell (Columbia). Questo passaggio diretto dal palco allo schermo conserva intatta la natura teatrale dell’opera, sottolineando come il film non sia un semplice adattamento, ma la trasposizione di un evento già vivo.

All’uscita cinematografica, però, il risultato è deludente. Troppo teatrale, troppo eccessivo, privo di quegli elementi che l’industria considera “vendibili”. Le sale si svuotano rapidamente e il film sembra destinato a scomparire, finché non approda alle proiezioni notturne. È nelle midnight screenings che The Rocky Horror Picture Show cambia natura. Il pubblico smette di essere spettatore e diventa parte attiva della messa in scena: risponde alle battute, replica i gesti, si traveste. La sala cinematografica si trasforma così in uno spazio performativo condiviso, dove il film diventa esperienza collettiva e linguaggio comune.

La trama è volutamente semplice e archetipica. Brad (Barry Bostwick) e Janet (Susan Sarandon), coppia borghese e ingenua, dopo un guasto all’auto si rifugiano dalla tempesta in un castello isolato. Al centro di tutto c’è il proprietario del castello, Dr. Frank-N-Furter, scienziato proveniente dal pianeta Transexual, nella galassia di Transilvania, e creatore di un “uomo perfetto” destinato al piacere e all’esperienza sensuale. Ma Frank-N-Furter non è semplicemente un personaggio: è una presenza magnetica che sfugge a ogni definizione, rifiutando stabilità di genere, ruolo e morale. In un altro contesto cinematografico sarebbe stato ridotto a stereotipo; qui, invece, diventa catalizzatore di desiderio. Ogni sua apparizione trasforma il racconto in performance.

Nel castello ogni ruolo perde rigidità. Brad e Janet non attraversano soltanto un’esperienza bizzarra: vengono progressivamente disgregati e riscritti. L’identità, nel film, non è qualcosa da scoprire ma qualcosa che può essere continuamente reinventata. Anche la forma dell’opera segue questa logica. Horror anni ’30, fantascienza pulp, musical teatrale e cultura glam rock convivono senza gerarchie. Questo pastiche non è un semplice esercizio stilistico, ma una dichiarazione implicita: tutto può coesistere e tutto può essere riassemblato, persino il corpo umano.

Non sorprende, dunque, che il film abbia generato una delle più longeve culture di culto della storia del cinema. Le proiezioni partecipate, i fan in costume e la dimensione performativa dello spettatore trasformano la visione in un rito comunitario. The Rocky Horror Picture Show occupa un posto centrale nella cultura LGBTQ+: non come rappresentazione lineare o didascalica, ma come esplosione estetica dell’identità. L’idea stessa di normalità viene smontata attraverso travestimenti, sensualità e ironia verso i codici della fantascienza anni ’50 e dell’horror classico. Il risultato è un vero e proprio collage culturale in cui il genere cinematografico, come il genere identitario, smette di essere stabile.

Anche la musica partecipa a questa trasformazione. Brani come “Sweet Transvestite” e “Time Warp” non sono semplici numeri musicali, ma momenti che accelerano la metamorfosi dei personaggi e dell’intero universo narrativo.

In questo senso, The Rocky Horror Picture Show è un capitolo fondamentale del cinema LGBTQ+, uno dei suoi gesti fondativi più ambigui e potenti. Non offre risposte, ma apre spazi nei quali rifugiarsi e riconoscersi. E in quegli spazi continua a risuonare un invito che non ha perso forza: “DON’T DREAM IT, BE IT”.

Il paradosso finale è che proprio ciò che aveva condannato il film al fallimento diventa la sua forza. In un’America che si avviava verso il clima conservatore degli anni di Ronald Reagan, l’estetica provocatoria e la fluidità identitaria di Rocky Horror apparivano a molti come qualcosa di eccessivo, se non apertamente disturbante. Il rifiuto iniziale libera il film dal controllo dell’industria e lo consegna al pubblico, che lo trasforma in un rituale collettivo ancora vivo oggi. Forse è questo il suo gesto più radicale: aver dimostrato che il cinema non deve restare fermo sullo schermo. Può diventare qualcosa che si indossa, si urla, si vive. E soprattutto, qualcosa che continua a cambiare insieme a chi lo guarda.

N5 2026

EDITORIALE CRUISING

Autore

  • Ha studiato al liceo scientifico e ora frequenta il DAMS. Grande appassionata di cinema e buona musica. Nei film, la prima cosa che nota è la fotografia. Ama i dettagli, le luci, i colori. Crede che ogni inquadratura racconti una storia. La musica accompagna le sue emozioni e ispira il suo sguardo creativo.

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