NUOVE USCITE
Attraverso l’avventura drammaticamente reale di una madre
di Sibilla Bissoni
Mary Bronstein ha senz’altro diretto un film che ci ricorderemo.
Non si tratta di un film monumentale come Marty Supreme (Josh Safdie, 2025) – e non è un caso se lo cito – poiché qui abbiamo un lavoro maggiormente intimo e che parla direttamente allo stomaco, più che alla testa o al cuore.
In Se solo potessi ti prenderei a calci (If I Had Legs I’d Kick You, 2025), come nel film di Safdie, abbiamo un pedinamento aggressivo di primi e primissimi piani che non si interrompe quasi mai per tutta la durata della pellicola, e la magistrale Rose Byrne è sicuramente la più perseguitata dalla macchina da presa.
L’attrice protagonista sostiene il film non sulle sue spalle, ma sul suo volto, che impariamo a conoscere nel corso delle due ore scarse di visione. Guarderete una storia assurda eppure terribilmente vera di una madre non single, ma sola. Questo film narra in una maniera veramente profonda della condizione di madre, e di quanto l’assenza di una rete sociale di sicurezza possa negare la sanità mentale di una donna, che ha, tra l’altro, la responsabilità più grande che si possa porre su un essere umano: un figlio.

La bambina di Linda (Byrne) è gravemente malata, il marito (Christian Slater) è un capitano di nave mai presente ed il lavoro da psicologa obera la donna di ulteriori mancanze ed oneri. Il collega e terapeuta di Linda (Conan O’Brien), inoltre, non fornisce aiuti e consigli utili che, invece, sarebbero ancore di salvezza preziose.
E poi abbiamo James (un interessante e curioso ASAP Rocky), che è essenzialmente un personaggio ambiguo, un aiuto inaspettato ed un compagno “di viaggio” che pare fastidioso, ma che si rivelerà tutt’altro che superfluo.
Il lungometraggio è in poche parole una metafora mentale e spirituale della difficoltà tutta al femminile dell’epoca contemporanea, uno sgretolarsi di basi che si credevano solide, un’esplorazione di una psiche esausta ed esasperata. La regia è davvero audace, nonostante il facile abbinamento con altre pellicole recenti (da un punto di vista tecnico), perché entra veramente, e non solo esteticamente, nell’intimità della protagonista, costellando la narrazione di fatti quasi surreali o totalmente onirici.
Attraverserete con Linda un periodo difficilissimo della sua vita, cercando di riparare e chiudere i grandi buchi della sua interiorità traumatizzata dall’esterno.
Una scelta affascinante da citare è poi la presenza-assenza di quella che poteva essere la co-protagonista del film: la figlia di Linda. Questa bambina non viene ripresa in volto, anzi si stentano a vedere addirittura stralci dei suoi piedi o delle sue spalle – e perché? Beh, credo sia lo spunto di riflessione più bello da fare in autonomia dell’intera opera. Io mi sono data le mie spiegazioni, ma credo fermamente che sia qualcosa che ognuno si merita di elaborare personalmente.
Durante la visione del film proverete tante emozioni differenti, perseguitando nello stesso tempo quelle di Linda, provando fondamentalmente vergogna e colpa (per citare direttamente una scena potentissima del film).
Altro punto cardine del lungometraggio sono le ripetute visioni all’interno della sfera che circonda (idealmente) la voragine nel soffitto dell’appartamento della protagonista. Mentre osservate queste, appunto, visioni, potrete constatare voi stessi le vostre impressioni; sicuramente però, a livello filosofico, si può dedurre un’apertura sul trauma intergenerazionale di Linda, sulla sua debolezza sia personale sia nel ruolo di madre e su di una nascente follia che vorrebbe albergare nella sua interiorità.
Sono senz’altro scene che ci aprono gli orizzonti sul film stesso, che si maschera e si rimaschera continuamente di cose diverse: vedrete humor nero, scene drammatiche e tragiche, scene più che grottesche e tanti momenti sentimentali, ombrosi ed ambigui. Forse la regista ha cercato di racchiudere una maternità difficile all’interno dell’opera, cercando di farci empatizzare con qualcuno con cui nessuno, nella realtà dei fatti, empatizza mai davvero.
Come in Die My Love (Lynne Ramsay, 2025), anche se in maniera meno sporca o legata all’istinto, il buonismo diretto verso le mamme (addirittura in questo caso specifico di figli malati) viene scomposto – anzi, dilaniato violentemente. E come sono violenti i tonfi e i boati che accompagnano nella visione uditiva del film (altro aspetto veramente curato nel lavoro della Bronstein), così sarà violenta la dolcezza inaspettata che la stessa pellicola vi saprà riservare.

Se solo potessi ti prenderei a calci vi farà riflettere, ridere e sopratutto indagare un personaggio inaspettatamente complesso ed affascinante (nonché sorretto da un’interpretazione imperdibile della Byrne, a cui auguro di cuore l’Oscar), in cui tanti si riconosceranno sentendosi, spero, meno soli, e in cui in tanti cercheranno di immedesimarsi, tendendo – spero – più spesso una mano verso qualcuno che cerca la cosa più semplice (eppure più difficile) che si possa richiedere agli altri: empatia reale.
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