NUOVE USCITE
di Alessandro Capecci
Il 19 novembre 2023, dopo la scoperta del femminicidio della sorella, Elena Cecchettin appare in diretta televisiva nel corso della trasmissione Dritto e rovescio ed esplicita con puntuale chiarezza gli elementi che hanno contribuito a plasmare l’identità dell’uomo che ha assassinato Giulia Cecchettin, tra cui la cultura dello stupro e l’assenza di un programma pubblico di educazione sessuo-affettiva. Una settimana dopo, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, milioni di persone femminilizzate rifiutano la norma del minuto di silenzio e rispondono alla chiamata di “fare rumore”, partecipando alle manifestazioni in tutta Italia con mazzi di chiavi e strumenti di ogni tipo.

Se domani non torno (2026), ultimo film di Paola Randi, si inserisce all’interno dell’accusa rivolta al fenomeno del femminicidio in maniera semplice e diretta, partendo dall’opera biografica Cara Giulia. Quello che ho imparato da mia figlia (Gino Cecchettin e Marco Franzoso, 2024) per dare alla propria drammatizzazione finzionale un approccio didattico-educativo. Il film mantiene infatti un’aderenza quasi totale alla veridicità degli eventi e alle parole pronunciate dalla famiglia stessa in occasioni pubbliche – il discorso di Gino (Filippo Timi) o quello di Elena Cecchettin (Tecla Bossi) a cui si è fatto riferimento in apertura, trasposto fedelmente in una sequenza, ne sono un esempio –, provando a problematizzare il discorso in merito alla rape culture e al victim blaming ma rimanendo ancorato a un superficiale didascalismo, immobilizzando di fatto lo spettatore con un messaggio non da interpretare, bensì semplicemente da ricevere.

Questo tentativo, in un lavoro filmico del genere, è da considerarsi comunque in parte apprezzabile, se si pensa che nella quasi totalità degli adattamenti cinematografici ispirati da recenti casi di cronaca italiani la volontà di proporre un’analisi sociale, politica o culturale più articolata in merito ai temi trattati sia deformata o del tutto assente. A titolo esemplificativo si potrebbe guardare al recente La città dei vivi (Edoardo Gabbriellini, 2026), tratto dall’omonimo romanzo di Nicola Lagioia: qui l’omicidio di Luca Varani, avvenuto a Roma nel marzo del 2016, viene rappresentato come una crudele casualità invece che il frutto delle dinamiche di potere – non raramente tese alla soppressione fisica – che si generano all’interno della parte più oscura della comunità gay e di alcune pratiche non consensuali del chemsex.
Nonostante inoltre la militanza femminista di Randi e l’esperienza della co-sceneggiatrice Lisa Nur Sultan in progetti di questo tipo – quest’ultima ha infatti realizzato la sceneggiatura di Sulla mia pelle (Alessio Cremonini, 2018), trasposizione cinematografica dell’omicidio di Stefano Cucchi, e di alcuni episodi di Circeo (Andrea Molaioli, 2022 – terminata), miniserie televisiva incentrata sul caso del Delitto del Circeo – la rappresentazione sul grande schermo di Giulia Cecchettin (Sabrina Martina) appare fuorviante e insufficiente. Se da una parte viene restituita dignità alla giovane donna, mostrando e raccontando la sua vita privata, sottraendola in tal modo al rivestimento dell’unico status di vittima, dall’altra – anche per mezzo della recitazione di Martina – si esasperano i sorrisi, la delicatezza e la bontà di Cecchettin, facendola apparire più come una Madonna angelicata che come una persona reale. L’effetto ottenuto, come si diceva, è fuorviante: sembra quasi che una donna debba essere in vita buona e innocente per poter condannare o aggiungere gravità al suo femminicidio.

Al contrario, uno degli elementi migliori di Se domani non torno coincide con una sapiente scelta delle autrici. Nel film infatti, rinunciando alla morbosità che i media mainstream hanno riservato nei confronti della sua persona, viene completamente omessa la rappresentazione dell’uomo che ha assassinato Giulia Cecchettin. Non solo alle fattezze di F.T. è negata l’apparizione, ma anche il suo nome è del tutto assente e non viene pronunciato nemmeno in una sequenza. La scelta è esplicitamente politica: nella riflessione e nella rappresentazione del femminicidio non può esserci spazio per gli uomini. Questi ultimi devono riservare a loro stessi un altro spazio di analisi, caratterizzato dall’auto-educazione, dalla comprensione dei propri privilegi di genere e dallo smantellamento collettivo delle pratiche che costituiscono la cultura dello stupro, preludio del femminicidio. Solamente facendo questo si potrà cercare di cogliere una storia fatta di oppressioni e auspicare, in un’ultima istanza, un radicale cambiamento sociale.
Se domani non torno è ora al cinema.

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