PRIMETIME

VENEZIA

“You see how this looks, right?”

di Alessandro Capecci

Guardare ogni cosa è forse una delle più grandi ossessioni della società contemporanea: video di guerre, attentati, disastri naturali, morti e arresti sono sempre più spesso i contenuti che conquistano l’algoritmo dei social network, generando interazioni, profitti e alimentando uno spazio digitale progressivamente corrotto e disturbante. Uno degli sguardi di Primetime, primo film di fiction del regista Lance Oppenheim, presentato in concorso a Venezia83, riguarda proprio la spettacolarizzazione dell’informazione votata agli ascolti televisivi e alla capitalizzazione.

L’attenzione per lo shock value e per lo scandalo è ciò che fiuta lo spregiudicato Chris Hansen (Robert Pattinson), presentatore del programma To Catch a Predator, che nel 2006 ottiene la prima serata sulla rete statunitense NBC. L’idea di Hansen è squisitamente populista: mettere in atto attraverso la televisione una giustizia fai-da-te, inchiodare personalmente dei soggetti che tentano di compiere atti pedofili e consegnare essi in pasto al pubblico americano, il quale – come dice l’uomo che incontra il presentatore a bordo di un aereo – “li ucciderebbe con le proprie mani”. È questa una depravata “forma di attivismo”, come afferma l’attrice-esca Del Harvey (Phoebe Bridgers), che si finge bambino o ragazzina per incastrare i pedofili. Guardare, agire in prima persona e bloccare il normale corso della giustizia: questo desiderio perverso della nostra società genera un vero e proprio cortocircuito democratico in cui il valore delle istituzioni non viene più concretamente riconosciuto, come dimostra il recente caso italiano di Mario Roggero, condannato in seguito all’uccisione a sangue freddo di due ladri che avevano fatto incursione nella sua gioielleria.

Primetime non si sofferma tuttavia solo sulla superficie dell’immagine televisiva, ma penetra anche all’interno dei giochi di potere dell’ingranaggio dei network. Se Hansen fa di tutto per portare sul piccolo schermo i casi più scioccanti, i “pesci grossi” o le “balene” come li definisce lui stesso, al fine di far schizzare gli ascolti e mantenere il programma in cima alle proprietà di palinsesto della NBC, la produttrice Andie Bender (Merritt Wever) manipola gli attori, si impone per far rispettare i propri desideri e si scopre pronta a tradire la rete per cui lavora, attratta dal profitto e dal ruolo preminente che potrebbe assumere presso la ABC. La loro, piuttosto che una modalità di informazione, appare come una creatura deforme dalla quale non si riesce a distogliere lo sguardo, nata dall’incesto tra la preminenza dell’interesse privato su quello pubblico e la veloce trasformazione dell’identità televisiva statunitense.

In Primetime – come in Ink di Danny Boyle, presentato anch’esso pochi giorni fa a Venezia83 – prendono vita anche le conseguenze dell’interferenza tra i più disparati casi della società civile e una mediatizzazione priva di qualsiasi morale. In questo senso, l’uccisione in Ink di Muriel McKay (Lucy Russell) – moglie del braccio destro del magnate Rupert Murdoch (Guy Pearce), sbattuta in prima pagina dal tabloid The Sun e motivo dietro l’impennata di vendite del giornale – è vicina al suicidio compiuto dal procuratore di polizia, che vuole disperatamente sottrarsi alla gogna pubblica che Hansen sta per mettere in atto nei suoi confronti, durante la brillante sequenza finale di Primetime. Intromettersi tra la criminalità e la giustizia, votati in qualità di giustizieri privati al profitto e alla capitalizzazione delle proprie azioni, significa non solo contribuire a sfibrare il rapporto socio-politico tra la collettività e le istituzioni democratiche, ma anche concretizzare uno scenario da Far West sempre più incombente, negli Stati Uniti così come nell’Europa contemporanea.

Autore

  • Nato nel 2001, laureato in Lettere moderne e studente del CITEM all’Università di Bologna. Alessandro vive a Bologna ed è appassionato di cinema e scrittura. Più che redigere recensioni, preferisce individuare e analizzare elementi suggestivi per parlare dei film che vede al cinema. Nel 2023 ha realizzato Narrazione, un cortometraggio sperimentale che si interroga sulla definizione di genere in ambito narrativo. Nel 2024 ha svolto il ruolo di maschera per il cinema in Piazza Maggiore durante la XXXVIII edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. Nel 2025 è stato membro della giuria Young Critics durante la XXI edizione del Biografilm Festival di Bologna.


     

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