NUOVE USCITE
di Nora Zine

Il primo gesto radicale di NAZA è anche il più semplice: scegliere di non mostrare. Yuval Abraham e Rachel Szor costruiscono il loro documentario quasi interamente nel buio, sui tetti di Tel Aviv, mentre le immagini della guerra rimangono fuori campo e a riempire quello spazio sono le voci di soldati e membri dell’intelligence israeliana. È una scelta che potrebbe sembrare una rinuncia, ma che diventa presto l’elemento più perturbante del film. Perché ciò che non vediamo non scompare: si deposita nelle parole, nei silenzi, nelle esitazioni di chi quella guerra l’ha vissuta dall’interno.
I testimoni sono ventiquattro e i loro volti e le loro voci vengono alterati digitalmente per proteggerne l’identità. Il paradosso è potente: per raccontare un sistema fondato sulla sorveglianza e sulla possibilità di identificare ogni bersaglio, queste persone devono a loro volta diventare irriconoscibili. Il loro anonimato non indebolisce la testimonianza, ma la rende ancora più inquietante.
È proprio la macchina, infatti, il vero protagonista di NAZA. Il titolo rimanda al linguaggio militare utilizzato per quantificare il cosiddetto “danno collaterale”: un termine apparentemente neutro dietro il quale possono però nascondersi vite umane. Algoritmi, sistemi di sorveglianza e procedure trasformano così la morte in una sequenza di operazioni apparentemente razionali. Il linguaggio tecnico crea una distanza tra chi decide e chi muore, rendendo la violenza quasi astratta.
La scelta di ambientare le interviste sui tetti di Tel Aviv amplifica questa distanza. La città continua a vivere, illuminata e attraversata dalla normalità quotidiana, mentre a pochi chilometri di distanza si consuma ciò che il film sceglie di non mostrare. La macchina da presa resta ferma e costringe lo spettatore a colmare quel vuoto con l’immaginazione. Il fuori campo diventa così una forma di responsabilità.
In un’epoca satura di immagini di guerra, NAZA sceglie di sottrarre invece che aggiungere. L’orrore non viene consumato attraverso immagini scioccanti, ma si insinua lentamente nelle parole e nei silenzi.
Ed è qui che il successo di NAZA diventa interessante anche al di là del film. Il documentario ha avuto in Italia un riscontro eccezionale, arrivando in testa al box office. È un risultato importante per un film che denuncia dall’interno la politica e l’apparato militare del proprio Paese. Ma proprio questo successo apre una domanda: quali storie siamo disposti ad ascoltare e quali invece rimangono ai margini?
NAZA è un film israeliano che parla di Gaza attraverso la voce di israeliani. Una scelta potente, perché rompe il silenzio dall’interno, ma che non dovrebbe diventare una condizione per rendere finalmente ascoltabile una tragedia raccontata da anni anche dai suoi diretti protagonisti. Esistono infatti numerosi film palestinesi, spesso realizzati con budget molto più ridotti, che raccontano la guerra e l’occupazione attraverso uno sguardo interno. È una questione che torna alla mente anche pensando a Citizen Osama ( المواطن أسامة / Al mowaten Osama, Ahmed Hassouna, 2026), che avevamo affrontato in queste pagine: un cinema che non ha bisogno di entrare nella macchina del potere per raccontarne le conseguenze, perché quelle conseguenze costituiscono già la realtà quotidiana dei suoi autori e dei suoi personaggi. Il confronto non diminuisce il valore di NAZA, ma lo completa.
Alla fine resta il titolo: NAZA. Una parola che dovrebbe rendere la morte misurabile e amministrabile. Il film fa esattamente il contrario: restituisce un peso umano a ciò che il linguaggio militare trasforma in cifra. E ci costringe a chiederci chi abbia avuto, finora, il diritto di raccontare quella morte e chi sia stato costretto a rimanere fuori campo.

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