MOONLIGHT

This entry is parte 6 di 19 in the series N5 2026

FIL-ROUGE: CINE-LGBTQ+

In moonlight black boys look blue

di Iris Cetrulo

Acclamato dalla critica internazionale, premiato agli Oscar e sostenuto dalla produzione di Brad Pitt, Moonlight (2016) di Barry Jenkins è diventato rapidamente uno dei titoli simbolo del cinema americano degli anni Dieci. Un successo che nasce certamente dalla qualità del progetto, ma anche dalla sua perfetta collocazione all’interno di un dibattito culturale sempre più attento alle questioni identitarie, sociali e razziali.

La vicenda segue la crescita di Chiron (Trevante Rhodes/Ashton Sanders/Alex Hibbert), ragazzo afroamericano nato e cresciuto nella periferia più degradata di Miami. Il film è suddiviso in tre capitoli che corrispondono ad altrettante fasi della sua vita: Little, Chiron e Black. Tre nomi diversi che non indicano soltanto l’età del protagonista, ma le diverse maschere che è costretto a indossare per sopravvivere in un ambiente dominato da povertà, violenza e marginalità. Attraverso l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta, assistiamo alla lenta e dolorosa costruzione di un’identità che sembra non trovare mai uno spazio in cui esprimersi pienamente.

L’aspetto più interessante di Moonlight è probabilmente il modo in cui affronta il tema dell’omosessualità. Jenkins evita dichiarazioni programmatiche e percorsi di accettazione tradizionali, scegliendo invece una strada fatta di silenzi, sguardi e sottrazioni. Il film parla dell’omosessualità con la stessa timidezza che caratterizza il suo protagonista. Chiron non verbalizza quasi mai il proprio disagio, non rivendica la propria identità e non cerca definizioni. La sua sessualità emerge in maniera frammentaria, spesso repressa, schiacciata da un contesto sociale che impone modelli di mascolinità rigidi e aggressivi.

In questo senso, la celebre scena sulla spiaggia con Kevin (André Holland/Jharrel Jerome/Jaden Piner) rappresenta il cuore emotivo dell’opera. Non è soltanto il momento della scoperta sessuale, ma l’unico istante in cui Chiron sembra riuscire a mostrarsi per ciò che è realmente. Un momento fragile e autentico che il film racconta con grande delicatezza, senza retorica né compiacimento.

A risultare particolarmente riuscita è anche la figura di Juan, lo spacciatore interpretato da Mahershala Ali. Pur essendo parte del sistema che contribuisce alla distruzione del quartiere, Juan rappresenta l’unico adulto capace di offrire ascolto e comprensione al giovane protagonista. La scena in cui Chiron gli chiede cosa significhi essere “faggot” è centrale: la risposta di Juan, sospesa e incompleta, riflette la difficoltà di nominare e comprendere l’omosessualità in un ambiente che la rifiuta.

Nell’ultima parte del film, Chiron adulto sembra aver adottato proprio quel modello di mascolinità iper-performativa che lo aveva oppresso. Il suo corpo muscoloso, il linguaggio, l’atteggiamento: tutto appare come una corazza costruita per nascondere la propria vulnerabilità. Ma è nell’incontro finale con Kevin che questa armatura si incrina. Qui il film raggiunge il suo apice emotivo: l’omosessualità non è più solo repressione, ma possibilità di riconoscimento e, forse, di redenzione.

Dal punto di vista tecnico, Jenkins costruisce un’opera estremamente curata. La fotografia dai colori saturi, i continui movimenti di macchina, i primi piani insistiti e una colonna sonora evocativa contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa tra realismo e dimensione onirica. È proprio qui, però, che emergono anche i limiti del film. L’impressione è che il regista non riesca sempre a trovare un equilibrio tra il racconto realistico e la ricerca estetica. La storia nasce come vicenda profondamente fisica, fatta di corpi, desideri, ferite e trasformazioni, ma viene spesso filtrata attraverso un formalismo che finisce per raffreddarne l’impatto emotivo. Alcune scelte visive appaiono eccessivamente ricercate e rischiano di trasformare un racconto di carne e sangue in un esercizio stilistico a tratti compiaciuto. Anche la struttura tripartita, pur affascinante sulla carta, impedisce al film di raggiungere una piena compattezza.

Eppure sarebbe ingiusto liquidare Moonlight come un semplice prodotto sopravvalutato. La sua forza risiede proprio nella capacità di raccontare una storia che raramente aveva trovato spazio nel cinema mainstream americano: quella di un uomo nero, povero e omosessuale alle prese con la costruzione della propria identità. È un film che funziona soprattutto quando abbandona gli artifici e si concentra sui momenti più concreti e umani, quando il silenzio diventa più eloquente delle parole.

Forse il clamore che lo ha accompagnato è stato amplificato dalla sua rilevanza culturale e dalla presenza di un produttore prestigioso come Brad Pitt. Dal punto di vista strettamente cinematografico, non è probabilmente il capolavoro assoluto che molti hanno celebrato. Rimane però un’opera originale, raccontata in una maniera unica, capace di affrontare temi complessi con sensibilità e intelligenza. Un film che si ammira più di quanto si ami, ma che lascia comunque un segno nel panorama del cinema contemporaneo.

N5 2026

HAPPY TOGETHER RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME

Autore

  • Ha studiato al liceo scientifico e ora frequenta il DAMS. Grande appassionata di cinema e buona musica. Nei film, la prima cosa che nota è la fotografia. Ama i dettagli, le luci, i colori. Crede che ogni inquadratura racconti una storia. La musica accompagna le sue emozioni e ispira il suo sguardo creativo.

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