I GIORNI RAC-CONTATI
di Olmo Giovannini e Davide Delledonne
Lo specchio pare sempre più opaco, l’immagine sempre meno definita. Lo schermo sembra essersi incrinato negli ultimi anni e il cinema non riesce ad intercettare più il presente. Questa nostra pagina di diario condivisa ha lo scopo di aiutarci a togliere parte di quel vapore che ha appannato i nostri schermi rivolgendosi a storie del passato, a racconti che sono stati raccontati e che continuano a raccontarci anche ad anni di distanza dalla loro comparsa nell’immaginario collettivo. Nell’ultimo mese, dal 20/03 al 20/04, il mondo è sembrato tornare ad un’epoca di guerre sante e giustificate. La corruzione è diventata difesa degli interessi di tutti, l’assalitore il benedetto liberatore. Sono tornate le Sante Crociate e a guidarle sono gli Stati Uniti.
L’intellighenzia MAGA è pronta a ribadire la natura divina del proprio progetto imperialista in Iran. Sono numerose le testimonianze sul campo di retorica da fanatismo religioso utilizzato da ufficiali per spronare i soldati statunitensi a dare la vita in operazioni militari. Questa narrazione, oltre che perfettamente allineata con la base MAGA più dura e pura – gli Evangelisti statunitensi –, riecheggia anche nelle mura della Casa Bianca. Impossibile non cogliere l’ironia di una forza militare che dichiara di voler liberale un popolo dal giogo dell’estremismo religioso solo per poi essere intrisa dell’analoga e speculare retorica. Questa stessa ironica condizione era stata tanto efficacemente catturata da due classici del cinema italiano. Ovviamente parliamo de L’armata Brancaleone (Mario Monicelli, 1966) e del suo seguito Brancaleone alle crociate (Mario Monicelli, 1970), nei quali un gruppo di sgangherati cavalieri intraprendono un disastroso viaggio in cerca della liberazione della Terra Santa. Poco ci manca che Donald Trump non appaia nel film con la sua geniale tattica militare di bloccare lo stretto di Hormuz “più forte” degli Iraniani, che lo controllano dall’inizio del conflitto e che da sempre era rimasto aperto prima dello scatenarsi di questo scontro. L’unica differenza fra la tragicomica guerra in Iran e quella di Brancaleone è che il secondo almeno ispira pietà e simpatia al pubblico.

I deliri profetici hanno seriamente preso d’assalto i vertici degli Stati Uniti. Il 14 aprile ‘26 chiunque abbia aperto un social, un telegiornale o un quotidiano online è rimasto folgorato da un’allucinazione a sfondo mistico. Nella mano sinistra tiene la luce. Nella destra la elargisce dove c’è oscurità. Dietro Egli l’aquila vola libera nel cielo a stelle e strisce. Donald Trump si è così presentato nella sua forma messianica per elevarsi alla sudditanza papale. All’interno di un post su Truth, social fondato dal presidente dopo il bando da Twitter, quest’immagine realizzata dall’intelligenza artificiale ha seguito le forti dichiarazioni contro Papa Leone XIV: Non voglio un Papa che critichi il presidente americano. Un confronto che in buona misura ricorda lo scontro brutale tra Daniel Plainview, l’avido petroliere interpretato da Daniel Day-Lewis, ed Eli Sunday, pastore della Church of the Third Revelation interpretato da Paul Dano.

Ed infatti, Il petroliere (There Will Be Blood, Paul Thomas Anderson, 2007) ragiona sulla contesa del potere tra la nascente potenza industriale capitalista e la storica potenza spirituale della religione. Una contesa che, come preannunciato dal titolo originale, si allinea perfettamente a quel passo de La gaia scienza dove Nietzsche preannuncia la morte di Dio e con lui dei valori e della morale cattolica. Potremmo forse pensare che il post di Trump sia quell’irruenta Third Revelation in cui Eli tanto credeva? Potrebbe forse essere questo l’atto definivo del declino della chiesa cattolica? A tali domande non c’è probabilmente risposta; possiamo però ricordarci che, al pari di Trump, persino Fantozzi, dopo l’ennesimo tentativo fallito di sedurre la signorina Silvani, emergendo dalla vasca delle triglie crude si è rivelato capace della moltiplicazione dei pesci e del riso in bianco.

In alto, ma più in basso di Trump nella scala di potere statunitense, un’altra figura si è distinta per fervore spirituale. Durante una funzione religiosa tenutasi alla Casa Bianca, il segretario della difesa Statunitense Pete Hegseth ha condiviso una delle sue citazioni bibliche preferite:
“Beato colui che, in nome della carità e della buona volontà, guida i deboli attraverso la valle delle tenebre, perché egli è veramente il custode di suo fratello e colui che ritrova i figli perduti. E io colpirò con grande vendetta e furia implacabile coloro che tentano di avvelenare e distruggere i miei fratelli. E saprete che il mio nome è il Signore quando riverserò la mia vendetta su di voi.”
I più attenti avranno riconosciuto le parole scaturite dalla penna di Quentin Tarantino per Pulp Fiction (1994), strappate dalla bocca di Jules e rimpastate nella gola del politico americano. Ancora una volta, l’ironia sembra fin troppo scontata per essere reale: la citazione è pronunciata da un gangster per giustificare divinamente la sua arbitraria giustizia. Impossibile capire se con quest’ultima frase stessimo pensando a Jules o a Hegseth. L’episodio ricorda un caso analogo dello scorso anno, quando Trump caricò sui suoi account social l’aberrante immagine di Trump Gaza, una versione della striscia di terra palestinese ‘ricostruita’ a immagine e somiglianza del presidente statunitense. All’interno di quel video generato con l’IA, il leader compariva immortalato in una gigantesca statua dorata. Anche chi è poco esperto di immaginari biblici saprà che l’idolo d’oro ha un preciso significato. Mosè punì gli Ebrei che, dopo aver aspettato la sua discesa dal Monte Sinai, avevano rinnegato Dio ed eretto rappresentazioni pagane ricoperte d’oro. Ovviamente Trump non ha le competenze culturali necessarie per decifrare l’intento satirico del video, originariamente caricato da un artista critico dell’allora nascente regime MAGA.
Veniamo dunque a noi, italiani altrettanto ridicoli. Fra ministri bloccati in aeroporti esteri bombardati senza avvertenza o bloccati in scomode relazioni arriviste, siamo la forza comica che continua a far ridere tutta l’Europa. Il primo caso, ormai archiviato dall’opinione pubblica, riguarda la gita fuori porta del ministro della difesa Guido Crosetto, rimasto bloccato con la famiglia a Dubai durante i primi bombardamenti dell’Iran contro gli Emirati Arabi Uniti. Si tratta di una situazione talmente grottesca da evocare l’umorismo nero e surreale delle migliori commedie all’italiana d’altri tempi. La figura di Crosetto, strettamente legata alle attività di lobbying della società produttrice di armi Leonardo, ricorda l’Alberto Sordi protagonista e regista del capolavoro del 1974 Finché c’è guerra c’è speranza. Sordi racconta di un venditore d’armi italiano che continua ad espandere il proprio stile di vita borghese per soddisfare i desideri e le necessità della sua egoista famiglia, vendendo strumenti di morte in giro per il globo. A quanto pare nessuno ha colto la graffiante realtà del conflitto d’interesse che grava sulle spalle del nostro ministro della difesa.

Il secondo caso riguarda invece l’esuberanza sentimentale del ministro dell’interno Matteo Piantedosi, la cui relazione extraconiugale con la giornalista Claudia Conte è diventata pubblica alcune settimane fa. Numerose sono le ‘corna’ sentimentali che hanno segnato la commedia all’italiana, ma la più coerente e complessa rappresentazione cinematografica del rapporto fra gossip e politica italiana rimane il capolavoro di Paolo Sorrentino Loro (2018). Inizialmente diviso in due parti, all’uscita non fu capito dal pubblico già politicizzato che si presentò alle proiezioni. Invece che criticare Berlusconi nel merito, come la politica e l’opinione pubblica hanno sempre fatto senza ottenere risultati, Sorrentino scelse di ridicolizzarlo nell’unico modo che avrebbe effettivamente ferito l’imprenditore milanese. Loro parla di un anziano che ha perso la capacità di avere un’erezione, che puzza di dentiera e morirà solo perché si è circondato di tutti (quei ‘loro’ del titolo) e non è rimasto nessuno. In questo senso, Sorrentino sposta l’attenzione sul legame indissolubile che lega la politica alla sfera privata di chi la pratica, una delle più ataviche ossessioni del nostro Bel Paese. Come Gennaro Sangiuliano prima di lui, Piantedosi potrebbe soffrire non per la sua incapacità politica, ma per la sua indisciplina sentimentale.

Per concludere, spostiamoci in Europa con una notizia parzialmente positiva. Fra l’11 e il 12 aprile si sono tenute le elezioni generali in Ungheria, che hanno segnato la fine del regime di democratura instaurato da Viktor Orbán sedici anni fa. Il mondo democratico ha gioito, uno dei leader dell’ultradestra più in vista è caduto dopo quasi vent’anni di corruzione e malgoverno, lasciando il posto al leader dell’opposizione Péter Magyar. Occorre però specificare che questo cambio di passo non segna una flessione completamente positiva; Magyar faceva parte di Fidesz, il partito di Orbán, e si allinea in tutto e per tutto alla destra europeista di von der Leyen. Sarà solo il tempo a dirci se il cambiamento tanto sperato per l’Ungheria sarà davvero attuato da Magyar o se si tratterà soltanto di una falsa speranza. Di sicuro il ricchissimo cinema magiaro ci ha fornito un grande strumento di lettura dei recenti avvenimenti: si tratta de L’armata a cavallo (Csillagosok, katonák, Miklós Jancsó, 1967).

Il film racconta di una sanguinosa battaglia tenutasi nel 1919 fra l’armata Bianca filo-zarista e i rivoluzionari bolscevichi, che risultò nella devastazione di un’intera zona civile. Quello che il film racconta viene ulteriormente suggerito dal titolo internazionale del film, The Red and the White. Le apparentemente nette divisioni di diversi schieramenti politici e militari si assottigliano sempre di più quando è il popolo a subire le conseguenze più dirette del loro scontro. Rossi o bianchi il massacro è ugualmente devastante. Si tratta di un monito sul futuro dell’Ungheria: fra i sovranisti fascistoidi e il conservatorismo europeista, le differenze sono principalmente formali. Se i primi sono inclini alla violenza sistemica e alla corruzione, i secondi preferiscono la censura occulta e l’austerity economica. Vedremo se la “rivoluzione” di Magyar sarà cosa buona per il popolo ungherese.
Il film di Miklós Jancsó ci insegna che il mondo è ricco di complessità e che il bianco e nero esiste solo nei film noir degli anni Quaranta. Anche i due eserciti che si fronteggiano nel suo capolavoro combattono la propria Guerra Santa in nome di divinità diverse. A rischio di scadere nel banale, per quanto il mondo dimostri che non lo è affatto, conviene ricordare che non esiste giustificazione che tenga ad alcun tipo di guerra. Non esistono guerre umanitarie, non esistono guerre divine. Per meglio destreggiarsi fra le complessità del presente, soltanto lo sguardo empatico dell’obiettivo può venirci in soccorso. I giorni passano, le lancette ticchettano sempre più vicine a quella fatidica mezzanotte del Doomsday Clock, e noi non possiamo far altro che raccontare le profezie in pellicola che hanno segnato in modo più incisivo la Storia nel tentativo di trasformare i giorni da ‘contati’ a ‘capaci di contare.’
FILM CITATI:
- L’armata Brancaleone, Mario Monicelli, 1966
- Brancaleone alle crociate, Mario Monicelli, 1970
- Il petroliere, Paul Thomas Anderson, 2007
- Fantozzi, Luciano Salce, 1975
- Pulp Fiction, Quentin Tarantino, 1994
- Finché c’è guerra c’è speranza, Alberto Sordi, 1974
- Loro, Paolo Sorrentino, 2018
- L’armata a cavallo, Miklós Jancsó, 1967

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