LA CITTÀ DEI VIVI

NUOVE USCITE

di Sibilla Bissoni

Edoardo Gabbriellini dirige un lungometraggio che merita una riflessione profonda: La città dei vivi, tratto dalla sconvolgente ed omonima opera letteraria edita nel 2020 del celebre Nicola Lagioia (autore anche dell’opera teatrale tratta dal suo libro) che si configura come soggetto del film stesso. La città dei vivi racconta in modo poetico e spietatamente intimo uno dei fatti di cronaca nera che ha saputo maggiormente scuotere le coscienze degli italiani negli ultimi anni: l’efferato assassinio ai danni di Luca Varani, ventitreenne romano ucciso da Manuel Foffo e Marco Prato al termine di una tremenda follia che si è conclusa il 4 marzo 2016.

Il film è stato presentato durante l’ultimo Festival del cinema di Venezia ed è stato accolto in maniera interessata da critica e pubblico, nonché posto al centro di un chiacchierato scandalo di produzione che vede coinvolti i fratelli D’Innocenzo. I due bravissimi cineasti italiani hanno deciso di togliere la loro firma dalla sceneggiatura del film di Gabbriellini perché sarebbero state fatte delle modifiche al loro lavoro che non potevano minimamente accettare; il regista della pellicola ha poi glissato ammettendo candidamente i cambiamenti da lui stesso apportati e non mostrandosi particolarmente atterrito dall’avvenimento.

La città dei vivi non può essere vista come un’opera che vive di vita propria. Essa non è frutto di una storia inventata da un autore fantasioso, né opera di una rilettura di un romanzo che ha delineato un qualsiasi tipo di narrazione. Tutto nasce da un evento reale e assurdo – o come dice il film stesso, inspiegabilmente vero. L’omicidio di Luca Varani rimane una pagina oscura e tetra di una storia dolorosa e folle, dove la penna di Nicola Lagioia ha inciso una disamina agghiacciante di una Roma malefica, cruda e marcia. Citando il libro stesso: “Ci sono le città dei vivi, popolate da morti. E poi ci sono le città dei morti, le uniche dove la vita abbia ancora un senso”.

Sicuramente continuare a tenere viva la riflessione su questo fatto è utile, ma la morbosità senza utilità è un nemico che nel racconto fiction del true crime rimane sempre in agguato. Il regista qui fa una scelta che Lagioia ha deciso di non percorrere né nel suo libro né nell’opera teatrale di sua creazione: decide cioè di porre la lente da cui lo spettatore guarda il racconto cinematografico esclusivamente, o quasi, sulla vittima. Questa scelta è molto adatta, eppure non scontata, per un film che tratta l’argomento di un caso di cronaca nera. Il medium della carta stampata, come anche, sebbene diversamente, quello che usa corpi reali sopra ad un palco, può essere utilizzato in un modo differente dalla pellicola delle immagini in movimento. Il libro permette di immaginare completamente le riflessioni ed i racconti dello scrittore, il quale, creando una serie di preposizioni, dona in realtà vita a versioni potenzialmente infinite nelle menti dei lettori, mentre la pièce teatrale mette in gioco la carnalità degli attori, che si presentano in un qui ed ora spesso metaforico ed interpretabile, sopratutto nel teatro contemporaneo.

Il lungometraggio di Gabbriellini dà una svolta a tutta la storia che La città dei vivi ha percorso fino a quest’anno. Puntando il focus sulla vittima si ricava una regia asciutta, minimale e quotidiana. La macchina da presa segue gli interpreti (tra cui i bravissimi Valerio Mastandrea, Emanuele Maria Di Stefano e Gaia Merlonghi) con una modalità che traccia un’inquietudine da brividi in una normalità credibilissima. Il perturbante torna come un gas asfissiante per tutta la durata del film, costruendo, scena dopo scena, uno stressante ed ansioso countdown nella mente di chiunque sappia già come va a finire. Ciò che rimane di più di questo straziante racconto è la tristemente celebre banalità del male, perpetua condanna di alcune vite brutalmente interrotte. Inoltre, sono centrali e degne di nota le brevi scene che si susseguono per descrivere l’omicidio in sé. Quest’ultimo non viene di fatto mostrato; il film ci fa vedere come inizia per poi staccare su una serie di fotogrammi agghiaccianti di innumerevoli macchie di sangue sparse sulle superfici dell’appartamento in cui si consumò il delitto – una scena che, nella sua inquietante attinenza alla realtà dei fatti, crea in un’adatta penombra l’immagine che purtroppo tutti si sono immaginati e che neanche il peggior incubo può eguagliare.

Emanuele Maria Di Stefano, già convincente ne La scuola cattolica (Stefano Mordini, 2021), torna con un altro ruolo legato alla moderna tradizione del caso true crime trasportato in un’opera fiction. Qui l’attore riesce veramente a far percepire la semplicità e la contraddizione, a tratti inspiegabile e maledettamente realistica, del suo personaggio. Una parabola, quella del protagonista, che parla di inizio e di fine in modo allarmante ed intermittente, una rinascita che però ha una discesa (oppure salita?) estenuante, che condurrà ad un male inscalfibile e vano. Tutta la storia continua a far porre domande su domande allo spettatore, e le risposte meccanicamente non vengono fornite, perché l’amara verità è che non esistono, e con questa verità è molto difficile venire a patti.

Una nota di demerito però va citata in questo film, ovvero che non riesce davvero a penetrare nell’eterna e cupa profondità che il fatto reale da cui è tratto racchiude. I carnefici, e più in generale tutti i partecipanti del mondo “nascosto” in cui Luca comincia a nuotare, forse ignaro dei grandi pericoli annidati dietro ad ogni angolo, sono forse fin troppo tralasciati nella loro anima caricaturale. La decisione narrativa di non dare importanza o un ruolo protagonista ai killer e al mondo da cui provengono è comprensibile e perspicace; tuttavia, qui si perde un’occasione che poteva tramutare il film in un’opera molto più potente di quello che già è. Rendendo veramente delle macchiette stereotipate i colpevoli (e i loro conoscenti), pare chiaro l’intento di ridicolizzarli, abbassando drasticamente la deplorevole abitudine odierna di farsi affascinare da spietati assassini. Eppure, l’occasione mancata di esplorare anche il loro di mondo (interiore ed esteriore) poteva rendere magistrale tutto il racconto, fornendo una storia più vicina a quella realmente accaduta e restituendo ulteriore dignità alla vittima.

Questa è una storia in cui la divisione dei buoni e dei cattivi sfuma leggermente, e per rimettere le cose “in ordine” pare che si sia voluto deumanizzare chi ha commesso l’omicidio, quando lo stesso racconto di Lagioia aveva nel suo messaggio più forte proprio la necessità di umanizzarli quei cattivi. Perché il fulcro originale del libro La città dei vivi è proprio ribaltare la paura ipocrita che tutti abbiamo di fronte a questo fatto, ossia il “e se capitasse a me?”, quando invece Lagioia invita ad una ben più terribile e spaventosa domanda che nessuno, o quasi, si pone mai: “E se un giorno finissi anch’io per uccidere?”. Umanizzare chi ha commesso un efferato delitto affascina chi dovrebbe prestare più attenzione al suo equilibrio psicologico, mentre aiuta tantissimo chi è, giustamente, alla ricerca di una riflessione vera e profonda sulla infinita complessità umana.

Il buonismo che semplifica in modo squallido ogni cosa ci racconta che non si può non rendere mostri tutti i killer, specialmente quelli più assurdi come in questo specifico caso, delineando una lettura “facile” che rischia di mettere paradossalmente in secondo piano persino la vittima. Il film riesce a far breccia nella mente di chi lo guarda, questo è sicuro; l’empatia che il protagonista, la sua fidanzata e i suoi genitori suscitano sono così forti da far mancare quasi il fiato, e la sensibilità della narrazione è senz’altro ammirevole. Rimane purtroppo un grande “però” che consiste in ciò che ho appena scritto: l’eccessiva superficialità con un cui si tratta il marcio sottobosco che condurrà Luca alla morte rischia di ottenere un risultato opposto da quello presumibilmente voluto. Con l’intento di abbassare a nullità ridicole e malvagie gli assassini, si perde un’occasione di analisi psicologica e sociale di tutto il caso, che avrebbe dato ancor maggior risalto alla vittima e ancor più forte ribrezzo verso chi l’ha uccisa.

Luca Varani è scomparso dieci anni fa. Da allora tantissime persone si sono chieste perché. Partendo da questo interrogativo sono nati libri, articoli, saggi, opere teatrali, documentari e film. Questo caso di cronaca nera ha fatto breccia nell’anima di chiunque ne sia a conoscenza; la sua insensatezza è il cuore nero che probabilmente continua a renderlo un interessante punto di partenza nella creazione di opere in suo onore. Nel film di Gabbriellini sembra che il significato dell’emblematico titolo La città dei vivi risieda proprio nelle persone rimaste vive dopo la morte del figlio, del fidanzato, dell’amico, entro cui Luca può in qualche modo rimanere, nonostante tutto il male che gli hanno fatto, vivo.

Autore

  • Sibilla Bissoni, classe 2004, nasce a Ravenna circa vent’anni fa. Frequenta il liceo artistico della città e si appassiona inizialmente alla fotografia ed in seguito al mondo del cinema, portando sempre avanti un amore parallelo per l’arte teatrale.
    Attualmente studia e vive a Bologna, frequentante del DAMS e frequentatrice di vari cinema, teatri e locali.
    Di lavoro fa la videomaker, destreggiandosi tra discoteche, eventi di varia natura e all’occorrenza matrimoni.
    Adora il reportage e la sua videocamera, le piace osservare quel che può e poi raccontarlo a parole o ad immagini.
    Pensa che un giorno sarebbe bello realizzare un vero documentario (e magari anche più di uno, e magari anche un film…) e contemporaneamente scrivere di quello che ama per vivere.


     

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