NUOVE USCITE
di Davide Delledonne

Tornato da Cannes ’26 con il premio alla regia, il nuovo film di Pawlikowski arriva a ricordarci le origini della nostra società, scavando la storia europea per recuperare dalle macerie storiche cinque giornate capaci di cogliere lo spirito del tempo. Questi pochi giorni, lungo cui si svolge Fatherland (Ojczyzna), strappati dalla vita di Thomas Mann, lo scrittore che fu capace di esprimere e raccontare al massimo delle possibilità la decadenza degli inizi del Novecento, raccolgono le somme chiaroscurali del dopoguerra Europeo. Difatti, come già aveva fatto in Ida (Ida) e Cold War (Zimna wojna), Pawlikowski sceglie di affidarsi alla fotografia di Łukasz Żal, che grazie alla sua maestria, divenuta ormai certezza di qualità, inserisce il bicromatismo dell’immagine nel dialogo delle due zone d’occupazione: occidentale e orientale.
È il 1949 quando in Germania si festeggia il duecentesimo anniversario dalla nascita di Goethe, ma soprattutto è proprio in quest’anno, che Thomas Mann, invitato per la celebrazione di questo anniversario, dopo circa dieci anni d’esilio negli Stati Uniti, sceglie di tornare in patria. Un viaggio per cercare di rifondare una cultura germanica non macchiata dall’orrore nazista, per ritrovare in Goethe il centro della ricostruzione di un’identità nazionale, ma anche un viaggio per scoprire una Germania spaccata dal silente conflitto da cui Mann si eleva. Una missione sociale che, come vedremo, scalza il rapporto paterno con i figli e fa emergere la differenza tra il nichilismo novecentesco e il Romanticismo tedesco. La scelta di posizionare la focalizzazione sullo sguardo della figlia è, per Pawlikowski, la scelta decisa di mettere al centro il conflitto tra il nichilismo radicale del fratello e l’idealismo romantico che ancora vive in Mann. Così il film si muove sull’orizzonte della Storia tanto sul fronte politico, riscoprendo l’importanza dell’ultima produzione manniana, quanto su quello personale del Mann padre.
Con delicatezza Pawlikowski mischia questa duplice traccia e attraverso il suo caratteristico formato 4:3, ormai egregiamente governato, restituisce l’impostazione del mondo tabellato del dopoguerra, lasciando uno scorcio sempre impostato e costruito sul paesaggio delle due Germanie. Lontano dalla sua patria il regista polacco realizza il terzo capitolo di un’ipotetica “trilogia”, dove il panorama ristretto dalla m.d.p cerca di coniugare una realtà individuale dispersa dallo sradicamento culturale causato dalla divisione e dall’alterazione della polarizzazione politica. Sempre più bilanciato nei ritmi e nella composizione Pawlikowski sta trovando l’equilibrio di una regia espressiva e dal chiaro carattere espositivo, dimostrandosi una lucidità e un impegno intellettuale unico nel cinema Europeo contemporaneo.

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