NUOVE USCITE
Il DCU si colora di tinte cronenbergiane
di Luca Pollastri
Clayface è un film con un carico di responsabilità non certo trascurabile. Dopo il flop di Supergirl (Craig Gillespie, 2026), i dubbi sul futuro del DCU erano più numerosi che mai, e il grande progetto di James Gunn inizialmente ne ha risentito, perdendo negli scorsi mesi gran parte del fascino che aveva esercitato con Superman (2025) , film d’esordio. La scelta di produrre, come terzo capitolo, un film incentrato su un personaggio indubbiamente marginale è coraggiosa e dimostra che la direzione voluta da Gunn è molto diversa da quella del suo omologo Kevin Feige. L’obiettivo è creare una dimensione alternativa, popolata da dei e mostri, che non a caso è anche il titolo della prima fase del DCU.

Clayface è un film abbastanza in controtendenza nel genere supereroistico, essendo stato presentato come un body horror dal tono particolarmente cupo. La storia è quella di Matt Hagen (Tom Rhys Harries), un attore che grazie al suo fascino e alla sua bellezza è riuscito a crearsi sempre più spazio nell’industria cinematografica americana, conquistando un grande successo in un breve periodo di tempo. Dopo aver passato la notte con una donna incontrata in un locale, scopre che questa è l’amante di uno dei capi della malavita di Gotham. Matt diviene allora vittima della vendetta del criminale, che gli deturpa completamente il volto. Consapevole che la sua carriera di attore e il suo successo si basano in gran parte sulla sua bellezza, dopo inutili interventi estetici, abbandonato e solo, decide di affidarsi alle cure sperimentali di una dottoressa emarginata dalla comunità scientifica (Naomi Ackie).
Come si nota già dalla sinossi, Clayface è costruito come un classico film di origini, che sono quasi sempre state dedicate ai supereroi. La pellicola diretta da James Watkins, però, si distingue in modo evidente dagli schemi classici, e il motivo principale è che il protagonista non è un eroe, subendo un’involuzione e non un’evoluzione come di solito accade. Matt è il simbolo di una società e di un’industria cinematografica senza scampo, in cui è più facile perdere tutto che guadagnare qualcosa. Nonostante la critica sociale sia uno degli elementi chiave presenti, essa è svolta in modo abbastanza tratteggiato e sembra spesso qualcosa di retorico e a tratti scolastico, non riuscendo mai a lasciare un segno.
Segno che invece viene lasciato dall’elemento horror, o meglio body horror. Prima dell’uscita Watkins aveva paragonato il tono della pellicola a quello de La mosca (The fly, David Cronenberg, 1986), da cui sicuramente prende piena ispirazione nel concetto e nella messa in scena. Gli effetti visivi sono per la maggior parte pratici, rendendo al meglio la sensazione del corpo che gradualmente si trasforma; tuttavia è notevole anche la disparità tra l’artigianale e la computer grafica, in quanto la seconda, quando utilizzata, non riesce mai a pareggiare l’effetto della prima. Il gore all’interno del film non è fine a se stesso: ha anche il compito di mostrare il male e, così come avviene in Cronenberg, accompagna sempre il cambiamento psicologico.
Anche il rapporto che si crea tra il dottore e l’“esperimento” è interessante, navigando continuamente tra il romanticismo e l’egoistico interesse scientifico. Se infatti Matt vive il legame dal punto di vista sentimentale, Caitlin lo vede solo come un paziente, e quello che prova per lui è più il riflesso della sua curiosità scientifica. Non per niente il protagonista vive in uno stato di totale solitudine, simboleggiata dall’inquadratura più evocativa del film, ovvero l’ultima.
Per quanto riguarda invece la regia, essa presenta due problemi essenziali. Il primo è l’essere eccessivamente patinata: l’orrore c’è, ma la prima immagine di Gotham che ci viene presentata da Gunn & co. è fin troppo finta e non riesce assolutamente a rimanere impressa. Il secondo problema è l’essere eccessivamente derivativa: le forme utilizzate sono piacevoli ed efficaci, ma mai veramente originali; la stessa scena della discoteca nel finale è registicamente notevole, ma anche una palese citazione alla sequenza finale di Carlito’s Way (Brian De Palma, 1993). Queste due problematiche non rendono Clayface un brutto film, ma neanche uno particolarmente memorabile.

La coraggiosa decisione di Gunn di dare un tale rilievo a un personaggio non troppo famoso non ha prodotto un risultato tutt’altro che scadente, perché Clayface, oltre ai suoi numerosi difetti, ha anche il grande pregio di sdoganare un nuovo modo di utilizzare il genere all’interno dei grandi universi supereroistici. È anche da lodare la volontà di uscire dalla dinamica introdotta dalla marvel, che obbliga ogni regista ad inserire uno o più elementi per inquadrare il film in una linea editoriale di più progetti. Clayface non sarà sicuramente l’opera dell’anno, ma dato l’andamento del cinema supereroistico è sicuramente un’ottima parentesi.
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