VENEZIA
di Pablo Traversa

Florian Zeller si aggiunge alla nutrita schiera di cineasti contemporanei che si interrogano sul divario economico e sociale sempre più grande all’interno della nostra società, e lo fa con Bunker, a cui arriva dopo aver adattato per il grande schermo due delle sue pièces teatrali con The Father – Nulla è come sembra (The Father, 2020) e The Son (2022). Il drammaturgo e regista francese, al suo terzo lungometraggio, abbandona almeno in parte il focus sulle dinamiche familiari per analizzare come le contraddizioni e i paradossi del mondo contemporaneo possano influenzare la vita di una coppia apparentemente serena. Non è un caso che una delle prime scene di Bunker sia proprio quella di una crepa nel muro che divide il giardino della coppia dei protagonisti dal garage del loro vicino (Stephen Graham).
Un momento che segue l’ipnotica sequenza d’apertura dove Zeller si diverte a giocare con la percezione dello spettatore sull’amore che unisce Miguel (Javier Bardem) e Sofia (Penélope Cruz): lui è un architetto di fama mondiale, lei è un’agente letteraria. I due, sposati da diciassette anni, si sono trasferiti da Madrid a Londra, con le due figlie al seguito, per seguire le ambizioni lavorative di Miguel. Se in un primo momento è Miguel ad avere pieno controllo sulla narrazione della coppia, ben presto saranno le certezze di Sofia, inizialmente silenziosa e un passo dietro al suo uomo, a mettere a dura prova la loro esistenza borghese. Il punto di non ritorno per la donna sarà l’offerta fatta a Miguel da un miliardario della tecnologia (Paul Dano) di costruire un bunker dove rifugiarsi.
Da questo spunto narrativo, il film coglie l’occasione per riflettere sullo stato dell’arte, spesso ridotta ad una mera questione economica e regolata da rapporti di forza, ampliando il discorso sulle implicazioni etiche che si celano dietro la produzione artistica. Nel caso di Bunker questa serie di riflessioni si legano al crescente stato di paranoia e diffidenza verso il prossimo, ben esemplificate dalle misure di sicurezza a cui Miguel ricorre durante lo svolgersi della narrazione per difendere la sua casa/fortezza dalle potenziali minacce esterne.
Zeller, con la sua regia elegante ed asettica, mette alla berlina il mondo e il gusto borghese, spesso servendosi di un’ironia tagliente, come nella sequenza nella galleria d’arte contemporanea, optando però per la maggior parte del tempo per i toni freddi del kammerspiel, accompagnati da una colonna sonora volta a sottolineare la tensione crescente. Un ulteriore livello di autenticità e complessità è aggiunto dalle interpretazioni della coppia Cruz-Bardem, i quali – proprio come in Vicky Cristina Barcelona (2008) di Woody Allen – tornano ad alternarsi con enorme naturalezza tra le due lingue, rendendo evidente il doppio binario su cui i protagonisti si muovono, comunicando dentro casa in spagnolo, mentre fuori in inglese.
Come in The Father – Nulla è come sembra, anche in Bunker lo spazio abitato dai personaggi è centrale ed è uno dei punti di forza del racconto. La casa dei protagonisti, collocata in un quartiere ormai divenuto troppo costoso per la gente comune che lo abitava in origine, si trasforma man mano in un luogo sempre più vulnerabile tanto dall’interno quanto dall’esterno, e i confronti più importanti tra marito e moglie sono incorniciati da una parete rossa – una soluzione stilistica dagli echi almodovariani – che si distacca dal resto degli interni, dove predominano colori e toni freddi.
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