VENEZIA
di Alessandro Capecci

Il bellissimo inganno di Venezia83
“That bucking fastard!” gridano all’unisono, invertendo le lettere delle parole fucking bastard, le gemelle Jean e Joan Holbrooke (Kate e Rooney Mara) nella piccola aula di un tribunale. Accusano l’uomo di cui si sono innamorate, Gareth Mulroney (Orlando Bloom), di averle sedotte e poi abbandonate, cercando di disfarsi di loro per rivolgere le attenzioni ad un’altra donna.
Bucking Fastard, l’ultimo film del regista tedesco Werner Herzog – presentato in concorso a Venezia83 –, è di fatto un bellissimo inganno. Nella propria sinossi, nel teaser promozionale e nel suo stesso titolo si conduce infatti lo spettatore a credere in un’aspettativa inconcreta, cioè che l’oggetto narrativo riguardi la vera storia di Freda e Greta Chaplin, divenute celebri alla fine degli anni Ottanta per un’accusa di stalking e per il conseguente processo, durante il quale apparivano come un’entità unica, parlando e muovendosi assieme. E in parte il film batte il sentiero di questo disegno preparatorio: Jean e Joan assaltano l’auto di Gareth, lo cercano e lo bramano, danno fuoco alla sua cassetta postale affinché non riceva lettere d’amore da donne esterne al loro triangolo. Eppure Bucking Fastard si libera ben presto di tale velo di superficie per rivelare un’anima profonda ed estremamente contemporanea.
Le gemelle Holbrooke sono infatti in prima istanza delle “diverse”, creature impossibili da inserire in una categoria legata alla normatività. Lo sguardo in merito alla loro diversità è duplice: quello esterno, giudizioso e impregnato di spavento, che rifiuta oppure guarda morbosamente alla vita e all’identità di Jean e Joan; quello interno, che coincide con il punto di vista delle protagoniste e della macchina da presa, che allo stesso modo rifiuta le imposizioni della società – la pudicizia sessuale per prima cosa – e si esprime senza timore di un’opinione altrui. I personaggi di Rooney e Kate Mara potrebbero essere gay, immigrati o di una differente etnia. Il discorso rimarrebbe il medesimo: cercare ed esprimere senza confini la propria identità.
Ciò che forse più interessa a Bucking Fastard è proprio questo, la meraviglia di una ricerca sconfinata di una modalità per essere nel mondo contemporaneo. Jean e Joan vivono in paese, poi in città, trovano infine l’equilibrio nella millennaria essenza della natura: le grotte di stalattiti e stalagmiti in cui si imbattono le due gemelle, punto d’arrivo e insieme di un nuovo inizio della loro esistenza, è anche un paesaggio privilegiato per l’occhio documentarista di Werner Herzog, da sempre dedito ad una commistione tra la messa in scena di finzione e il documentario naturalista. Le grotte vengono scavate, scoperte con stupore ed esplorate, per scoprire infine che all’interno di esse l’operato esterno – ancora una volta critico e giudizioso con le proprie imposizioni – è giunto già, portando con sé uno stantio ordine delle cose, un delimitare, descrivere e catalogare che non si addice né ai portenti della natura né alle due gemelle. Se il limite a loro imposto non le riconosce come membri effettivi della società “civile” – nella sequenza finale il guardiano di sicurezza del tour guidato della grotta mineraria non permette ad esse di uscire, dal momento che non sono mai entrate, e dunque di fatto non esistono – Jean e Joan vivranno al di fuori della società “civile”. Ciò che più conta, tuttavia, è che vivranno, nel loro essere e nella loro assoluta inalienabilità.

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