VENEZIA
Di Nora Zine

Con 15/18, Cédric Kahn porta il cinema dentro un reparto di pedopsichiatria e ne fa un osservatorio privilegiato sull’adolescenza. Più che costruire una trama lineare, Kahn osserva le dinamiche tra i ragazzi, le crisi, le amicizie improvvise, le provocazioni e i momenti di complicità, facendo del reparto un microcosmo vivo e continuamente attraversato da nuovi equilibri.
Al centro ci sono Lucia, fragile e combattiva, Eloïse, più silenziosa e vulnerabile, ed Enzo, appena arrivato, inquieto e imprevedibile. Ma il film non si esaurisce nei pazienti: altrettanto interessante è la piccola comunità dei curanti, ciascuno con un modo diverso di stare dentro la fatica del lavoro. Dal giovane tirocinante, naïve e visibilmente intimorito da ciò che si trova davanti, all’infermiera tosta che sembra tenere insieme il reparto con la propria energia, fino all’assistente sociale, più dolce e incline all’ascolto, Kahn costruisce una galleria di figure che non sono semplicemente “funzionali” alla storia, ma diventano parte dello stesso organismo.
Lo stesso vale per i genitori, soprattutto quelli che si presentano in reparto. Il confronto tra le diverse famiglie aggiunge un altro livello al film: ci sono genitori sopraffatti, altri incapaci di assumersi le proprie responsabilità, altri ancora che cercano faticosamente di capire come aiutare i propri figli. Sono incontri spesso scomodi, ma osservati senza giudizi troppo facili.
La vera sorpresa resta però il giovanissimo cast: tutti sono straordinari, con una naturalezza che rende le scene quasi rubate alla realtà. Kahn riesce così a parlare del disagio senza trasformarlo in spettacolo, lasciando emergere soprattutto la vitalità dei suoi personaggi, la loro ironia e il bisogno di essere ascoltati.
Per gran parte della sua durata, 15/18 è un ottimo huis clos: Kahn sfrutta magnificamente l’unità di spazio, facendo del reparto un mondo a sé, ricco di tensioni e relazioni, senza bisogno di forzare la narrazione. È proprio per questo che nell’ultima parte il film sembra perdersi. La narrazione si spezza per introdurre una svolta drammatica che appare non necessaria, quasi volesse guidare lo spettatore verso la commozione forzata. Un cambio di registro che indebolisce ciò che fino a quel momento era stato il punto di forza del film: l’osservazione e la libertà lasciata ai personaggi.
Resta un film notevole, soprattutto per l’incredibile lavoro sugli attori e per la capacità di Cédric Kahn di trasformare un reparto in un mondo complesso, dove pazienti, medici e famiglie sono tutti parte della stessa fragile e umanissima comunità

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