KLARA E IL SOLE

FESTA DEL CINEMA DI ROMA

Di Pablo Traversa

Pur avendo per protagonista un androide Klara e il sole sembra avere più da dire sugli esseri umani e sulle loro angosce, e Taika Waititi lo fa mantenendo il suo tocco leggero e spensierato, che rende accessibili questioni importanti senza banalizzarle, come già fatto in Jojo Rabbit, con cui il film condivide un ipotetico pubblico di riferimento: gli spettatori più giovani. A confermarlo è la scelta di Jenna Ortega nei panni della protagonista che dà il titolo alla pellicola, la quale si lancia in una performance dove dismette i panni dell’adolescente gotica per entrare in quelli di un’androide goffa, imperfetta ma sorprendentemente vitale. Le intenzioni di Waititi sono chiare fin dai primi minuti, e questa trasparenza giustifica, almeno in parte, una sceneggiatura poco innovativa nel modo di guardare al rapporto tra umano e robotica. Una visione che, a sorpresa, è la stessa di un autore lontanissimo dal suo cinema, Hirokazu Kore’eda nel suo Sheep in the box, uscito quest’anno. Entrambi gli autori vedono negli androidi la possibilità di sottrarsi al dolore e al lutto.

Klara (Jenna Ortega) è un’androide di una serie ormai obsoleta, progettata per diventare un’amica artificiale per gli umani, e aspetta di trovare una famiglia che la accolga. Rispetto agli altri androidi ha un carattere più esuberante e dialoga regolarmente con il Sole, che considera quasi come una divinità, e questo la rende spesso oggetto delle critiche della dirigente del negozio (Natasha Lyonne in una performance piacevolmente sopra le righe). Esposta in vetrina assieme ad altri robot, viola la regola di non interagire con gli esseri umani venuti per acquistarne uno, ma sarà proprio questo suo gesto di disobbedienza a spingere la giovane Josie (Mia Tharia) a sceglierla, con grande disappunto di sua madre Chrissie (Amy Adams). Una volta arrivata a casa, Klara dovrà imparare a scoprire il mondo reale, e si troverà coinvolta in una dinamica complessa fra madre e figlia.

Sono sempre più numerosi gli autori che attraverso i film che si interrogano sulla possibilità di un conflitto mondiale e su come l’umanità potrebbe reagire. Klara e il sole può rientrare in questo elenco perché è ambientato in un futuro prossimo che si è lasciato alle spalle una terza guerra mondiale, con una società dal nuovo assetto in cui la tecnologia, sempre più sviluppata, è totalmente asservita all’uomo. Waititi tratteggia gli effetti perversi di questo asservimento, mostrando relazioni fra umani e androidi in cui questi ultimi assomigliano a schiavi creati per soddisfare i capricci dei loro padroni. Se il percorso di Klara tra famiglia e scoperta del mondo non riserva particolari guizzi o sorprese, a farsi più centrale è l’ipotesi di una società futura ancor più basata sul privilegio, in cui i giovani ricchi vengono “potenziati” dalla tecnologia per governare le classi inferiori. Questa intuizione si rivela la più riuscita della sceneggiatura perché, rielabora la pressione esercitata sugli adolescenti a dover eccellere nel raggiungere i propri obiettivi con le drammatiche conseguenze che questo comporta, e permette di dare spessore al personaggio della madre, affidato a una insolita Amy Adams che sorprende nell’insolito ruolo di una donna distaccata e austera. Il film insiste anche sull’ostilità che Klara incontra da parte della domestica della casa, una dinamica che sottolinea quanto le classi economicamente subalterne siano minacciate dal progresso tecnologico.

Il tema dell’obsolescenza, degli uomini quanto delle macchine, non è nuovo al cinema contemporaneo, e il film attinge all’immaginario del “tornare nella scatola” della saga animata di Toy Story o del più recente Barbie di Greta Gerwig. Nonostante questo insieme di riflessioni non trovino sempre il giusto spazio per essere approfondite, e nel finale il film sembra più interessato alla ricerca del climax emotivo che di tirare le fila del discorso, ciò che convince di più di Klara e il sole è la visione agrodolce del futuro immaginato da Waititi.

Autore

  • Bari classe 1999, Pablo Traversa appassionato di cinema queer, cineasti sudamericani come Larrain o Inarritu e ritratti femminili a tutto tondo come quelli di Von Trier o Cassavetes, frequenta la magistrale di Cinema, Televisione e Produzione Multimediale a Roma Tre.

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