UN JEU DANGEREUX

FESTA DEL CINEMA DI ROMA

Di Pablo Traversa

Una villa nella campagna francese lontana dalla città, l’estate con i suoi corpi esibiti, una coppia in cui i momenti di tenerezza sono sempre più rari e un’estranea. Pur non partendo da premesse particolarmente innovative Karine Silla nel suo Un jeu dangereux (liberamente tratto dal romanzo Qui ne dit mot consent di Alma Brami, che ha lavorato assieme a Silla alla sceneggiatura) riesce, almeno inizialmente, a combinarle in modo abbastanza interessante da giustificarle. Ben presto, però, anche uno spettatore poco smaliziato si accorge di avere davanti un film dal tono incerto tra thriller e dramma, in cui, oltre alle buone interpretazioni di Valeria Bruni Tedeschi e Vincent Perez, capaci di dare spessore a due personaggi penalizzati da una scrittura lacunosa, resta ben poco. Il tentativo di rappresentare, e, laddove ce ne fosse ancora bisogno normalizzare, una coppia non monogama viene compromesso da uno sviluppo narrativo che finisce per perpetuare dei modelli di mascolinità e femminilità già ampiamente raccontati al cinema. 

Pur non brillando per originalità, i momenti migliori del film ci sono nella prima parte, quando si concentra sul personaggio di Valeria Bruni Tedeschi e sul suo disagio malcelato verso la presenza della giovane collega del marito interpretata da Zahia Dehar. La vediamo più volte prendere antidepressivi per alleviare il dolore per non essere più desiderata da suo marito, di cui cerca disperatamente le attenzioni, in modo fallimentare e spesso buffo. La regia di Silla funziona nell’inquadrare e raccontare la sensualità del corpo femminile, a differenza di quanto avviene con quello di Vincent Perez, esibito e modellato come un’arma. L’equilibrio già precario di questo rapporto a tre viene ulteriormente compromesso dall’arrivo dei figli della coppia, ai quali la madre vorrebbe tenere nascoste le scappatelle del padre, ed è da questo punto che il film deraglia, con un proliferare di personaggi che finiscono per non aggiungere nulla alla storia.

Nonostante la sceneggiatura porti la firma di due donne, è proprio il ritratto delle figure femminili a deludere. I momenti dove i figli cercano di convincere la restia madre a interrompere la relazione, alquanto disfunzionale, con il loro padre scadono più di una volta nel ridicolo. Il personaggio di Bruni Tedeschi offre motivazioni poco plausibili per continuare a essere innamorata di suo marito, e i dialoghi che si trova a recitare sembrano non appartenere al personaggio sofferente presentatoci nella prima parte, che finisce per accettare e minimizzare i comportamenti manipolatori che ha subito. Questa debolezza della scrittura rende ancora più stridente i passaggi in cui, con frasi abbastanza didascaliche, prova a giustificare il rapporto non monogamo dei protagonisti. Ne esce l’immagine di un femminile asservito ad un maschile prevaricatore e manipolativo, un tipo di relazione che ormai appare quasi anacronistica dato che la maggior parte del cinema contemporaneo ha (fortunatamente) superato da diverso tempo. Con una narrazione che prende avvio con l’interrogatorio del giudice, facendo presagire un’incursione del film nei territori di un legal drama, un’aspettativa dello spettatore che verrà poi disattesa, Un jeu dangereux cerca maldestramente nel suo finale di riannodare i fili di una matassa tanto ingarbugliata quanto improbabile. Sul binomio estate e desiderio la storia del cinema offre numerosi esempi, da Io ballo da sola di Bertolucci a Swimming Pool di Ozon e Call Me by Your Name di Guadagnino, ma Silla non riesce a sfruttarli e a reinterpretarli in modo personale. Preferisce affidarsi alla metafora della corrida per descrivere il distruttivo rapporto di coppia, inserita in modo ruffiano a ridosso del finale.

Autore

  • Bari classe 1999, Pablo Traversa appassionato di cinema queer, cineasti sudamericani come Larrain o Inarritu e ritratti femminili a tutto tondo come quelli di Von Trier o Cassavetes, frequenta la magistrale di Cinema, Televisione e Produzione Multimediale a Roma Tre.

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