In Camp Miasma, Jane Schoenbrun prende uno dei corpi più codificati dell’horror — quello della final girl — e lo sottrae finalmente allo sguardo che lo ha costruito. Nel cinema slasher la ragazza sopravvissuta è spesso il premio di una lunga persecuzione: osservata, desiderata, punita, infine lasciata in vita perché possa testimoniare l’orrore. Schoenbrun ribalta questo meccanismo e trasforma la sopravvivenza in qualcosa di più complesso: un atto di riappropriazione del proprio corpo, del proprio desiderio e, soprattutto, della propria immagine.
È qui che Camp Miasma diventa molto più di un esercizio di stile cinefilo. Attraverso Kris, giovane regista incaricata di riportare in vita un vecchio franchise, e Billy Presley, l’attrice che ne è stata la final girl, il film interroga il modo in cui il cinema ha tradizionalmente guardato le donne e ha trasformato la loro vulnerabilità in spettacolo. La ragazza che nei vecchi slasher doveva semplicemente sopravvivere al mostro diventa qui soggetto dello sguardo, mentre il desiderio smette di essere qualcosa da reprimere e diventa una forza creativa, persino mostruosa.
Schoenbrun lavora così dentro la grammatica dello slasher per deformarla dall’interno: il sangue, il sesso, il camp, l’eccesso e l’ironia non sono soltanto ornamenti, ma strumenti per mettere in crisi le regole di un genere costruito per decenni attorno a corpi femminili da guardare e punire. Il risultato è un film sensuale e perturbante, capace di passare dall’horror alla commedia, dal melodramma al delirio senza perdere mai di vista la domanda centrale: che cosa succede quando smettiamo di essere semplicemente l’immagine che qualcun altro ha costruito per noi?
C’è poi un aspetto particolarmente significativo nel lavoro di Schoenbrun: la capacità di fare del cinema stesso uno spazio di autodeterminazione. Come molte grandi cineaste che hanno saputo appropriarsi dei generi — da Kathryn Bigelow a Julia Ducournau, passando per Claire Denis e Ana Lily Amirpour — Schoenbrun non chiede il permesso al linguaggio cinematografico dominante: lo prende, lo smonta e lo ricompone secondo una sensibilità propria. E proprio per questo Camp Miasma parla anche della necessità di lasciare che siano sempre più donne e soggettività marginalizzate a decidere come i corpi debbano essere rappresentati.
La bravura di Schoenbrun sta soprattutto qui: nel non limitarsi a fare uno “slasher femminista”, ma nel trasformare lo slasher in un dispositivo per parlare di identità, desiderio e potere dello sguardo. Camp Miasma non vuole soltanto salvare la final girl: vuole restituirle la macchina da presa.

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