VERITY

NUOVE USCITE

Di Luca Pollastri

Se c’è un volto che ha segnato il cinema del 2026, è senza dubbio quello di Anne Hathaway. L’attrice ha infatti recitato in ben cinque film nell’anno corrente, conquistandosi in tutti i casi il ruolo da protagonista o comunque da personaggio principale. Ognuno di questi titoli ha riscosso un successo non trascurabile al botteghino, eccetto Mother Mary (David Lowery), che ha incassato circa un settimo del budget iniziale. Verity è l’ultimo di questa gloriosa sequenza e anch’esso si avvia a superare ogni aspettativa sul fronte degli incassi. La ragione di cotanto successo della pellicola, soprattutto nel circuito nordamericano, sta nel soggetto di partenza: l’omonimo romanzo ad opera della scrittrice Colleen Hoover, che già con l’adattamento di It Ends With Us – Siamo noi a dire basta (It Ends With Us, Justin Baldoni, 2024) aveva attirato una buona quantità di gente in sala.


A differenza del suo predecessore, Verity, diretto da Michael Showalter, si presenta come un thriller puro in cui la componente romantica ed erotica dovrebbe svolgere un ruolo fondamentale. La storia narra le vicende di Lowen (Dakota Johnson), scrittrice di scarso successo che fatica ad affrontare una vita sconquassata dalla morte della madre e dalla scarsa fiducia nel proprio talento. Dopo aver assistito ad un incidente ed essere stata imbrattata dal sangue della vittima,viene soccorsa da uno sconosciuto, a cui dà inspiegabilmente subito un’eccessiva confidenza. Qualche attimo dopo scopre che l’uomo, il cui nome è Jeremy (Josh Hartnett), è in realtà marito di Verity (Anne Hathaway), celebre scrittrice di gialli rimasta paralizzata dopo un grave incidente. Jeremy propone a Lowen di trasferirsi nella loro villa immersa nei boschi del Vermont per fare da ghostwriter alla moglie, non più in grado di scrivere, e lei decide di accettare. Da qui cominciano i problemi dovuti alla complessa convivenza con la catatonica Verity, di cui Lowen trova un’autobiografia nascosta che la porterà a scoprirne i segreti più macabri. Seguiranno poi rivolgimenti e intrecci da non rivelare in questa sede, ma che non saranno mai particolarmente inaspettati.


Verity possiede una caratteristica peculiare, rara da rintracciare in altri film: la capacità di essere quasi metacinematografico, in quanto i protagonisti stessi fanno notare i problemi presenti nell’opera. Il personaggio di Dakota Johnson dice chiaramente che la sua espressione divertita è uguale a quella annoiata; viene da chiedersi se non sia l’attrice che in realtà non riesce a sciorinare più di due espressioni facciali durante tutta la durata del film. Ma la frase, sempre diegetica, che più riassume l’essenza di questo adattamento è sempre pronunciata da Lowen, che afferma fieramente di non aver mai letto libri di Verity, in quanto non interessata ai volumi che trovi negli aeroporti; offre così la definizione perfetta per tale film, ovvero un “film da aeroporto”, da consumazione occasionale, che non offre niente allo spettatore.

Se si volesse spezzare una lancia a favore di Showalter, si potrebbe affermare che il soggetto di partenza non è particolarmente brillante; ma l’argomento è abbastanza fragile, siccome il vero grande limite di Verity è proprio la regia, che prova ad essere hitchcockiana nella costruzione della suspense ma risulta solo piatta. Tutti i momenti in cui il giusto stacco di montaggio o la giusta inquadratura avrebbero potuto aumentare la tensione vengono sprecati e rovinati. È legittimo soffermarsi per esempio sull’aspetto dell’erotismo, che da premessa dovrebbe essere centrale, ma che alla fine viene trattato in modo superficiale; ciò che si nota è la scarsa attenzione al femminile: Jeremy, protagonista delle fantasie erotiche di entrambi i personaggi femminili, non viene mai rappresentato nel suo lato sensuale, fisico, ma questa lente viene posta solo sul corpo e sulla figura delle due scrittrici. La descrizione delle scene di sesso, sia visiva che narrativa, è quantomeno ridicola e il gesto del morso sulla testiera del letto è estremamente risibile.


Oltre alla regia di stampo quasi televisivo e la sceneggiatura macchinosa (la cui colpa è in buona misura del soggetto di partenza), ci sono anche altri elementi negativi che vale la pena sottolineare. Il primo è senza dubbio la caratterizzazione della stessa Verity, la quale esprime, nella propria autobiografia, un disagio profondo rispetto alla maternità, che si concretizza in un difficile rapporto con i figli e col marito; tutto questo viene però appiattito in sceneggiatura, rendendola semplicemente un mostro. In diversi momenti il rapporto tra Lowen e Verity sembra destinato ad evolversi verso un’empatia e la volontà di sovrapporre le due vite, descrivendo aspetti del femminile poco percorsi nella settima arte; invece, questo non accade e tutto culmina in un finale di pessimo gusto, che demarca una evidente carenza nella caratterizzazione dei personaggi.
L’altra critica sostanziale riguarda la figura dell’infermiera, a cui viene dato risalto dalla regia, soprattutto nel primo atto, ma che poi scompare nel nulla. Dai primi sguardi, dalle battute enigmatiche e dalle inquadrature che le sono dedicate sembra ricalcare il modello imposto da Mrs. Danvers in Rebecca – La prima moglie (Rebecca, Alfred Hitchcock, 1940), ma la tensione che l’avvolge si annulla in breve tempo.
Questo insieme di problematiche – in primis tecniche – non viene bilanciato da alcun aspetto positivo; resta il dubbio se le lacune derivino per la maggior parte dal materiale di partenza, che Showalter si è limitato a mettere in scena, ma essere un grande regista significa anche riuscire a rianimare un soggetto che giace inerme tra le pieghe di un testo mediocre, trovando una piccola scintilla da trasformare in fuoco con il linguaggio della macchina da presa.

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