IL FUOCO CHE TI PORTI DENTRO E L’ECO DI MARIO MONICELLI

VENEZIA

di Alessandro Capecci

Durante la visione di Il fuoco che ti porti dentro, il nuovo film di Edoardo De Angelis presentato in concorso a Venezia 83, non si riesce a far meno di pensare alla reazione che avrebbe avuto in merito il compianto Mario Monicelli, uno dei padri e degli assassini del genere della commedia all’italiana nonché regista di Parenti serpenti (1992), al quale De Angelis sembra essere estremamente debitore.

Una caotica vigilia di Natale è al centro del film. Nell’appartamento milanese dei personaggi di Lino Musella e Elena Radonicich fervono i preparativi per la cena natalizia della sera. Dietro i fornelli c’è la madre di lui, Angela (Vanessa Scalera), che tra urla, insulti e ricette di dubbia composizione darà una svolta assurda e grottesca a quel Natale “troppo settentrionale”.

Come si diceva, Il fuoco che ti porti dentro possiede un legame speciale con Parenti serpenti: se nel film di Monicelli gli asti e i risentimenti si avvolgono intorno ad ogni personaggio per rovesciarsi vicendevolmente su tutti i membri della famiglia, qui è Angela a rappresentare una forza del caos che turba le vite di Antonio, di sua moglie, dei suoi figli e soprattutto la quiete di una vigilia “zero sbatti”. Mentre Radonicich insiste per comprare cibo d’asporto e liquidare velocemente la tradizione, in vista della vacanza in montagna del giorno successivo, Scalera rincorre con foga il cappone che deve essere sgozzato, brucia la parmigiana, frigge il baccalà nell’olio esausto. Prendono forma nel personaggio di Angela buona parte degli stereotipi della madre napoletana e Scalera, nell’interpretarla, è davvero squisita: questa donna sprezzante e avvelenata è il “ruolo della vita”, come lei stessa lo ha definito, che si pone idealmente nel mezzo tra la versione di Cosima Serrano nella serie tv Avetrana – Qui non è Hollywood (Pippo Mezzapesa, 2024) e l’eccentrica Imma Tataranni nell’omonima serie Rai (Imma Tataranni – Sostituto procuratore, Francesco Amato e Kiko Rosati, 2019-2026).

La costruzione di tale personaggio risulta brillante non solo per la recitazione di Scalera, la quale contribuisce con frasi biascicate e sguardi pungenti, ma anche grazie alla scrittura di Macchia e Piccolo e alla regia di De Angelis. I primi quaranta minuti del film sono davvero aneurismatici, con continui botta e risposta tra Antonio e Angela, invettive di ogni tipo nei confronti dei nipoti e della nuora, tutto costretto all’interno di uno spazio soffocante, reso fetido dall’odore di sudore e dal fumo delle sigarette che Scalera fuma di continuo, arrivando a spegnerle anche in un piatto di spaghetti. In questo senso, i primi e primissimi piani che il regista compie sui propri personaggi restituiscono allo spettatore un’estrema vicinanza a questo ambiente esilarante e disagevole allo stesso tempo: sembra quasi che la macchina da presa fatichi a muoversi tra la cucina angusta, attenta ad evitare i bruschi movimenti di Scalera o la figura di Radonicich, che si immobilizza e scruta i danni compiuti nel mentre dalla suocera.

Riacciuffando la struttura della commedia italiana – e, come si è detto, di Parenti Serpenti – De Angelis conduce il terzo atto di Il fuoco che ti porti dentro verso una svolta drammatica. Se le tragedie del genere tingevano di oscurità la fine delle narrazioni, dal sapore già dolceamaro, ambientate nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta – Il sorpasso (Dino Risi, 1962), Io la conoscevo bene (Antonio Pietrangeli, 1965), L’immorale (Pietro Germi, 1967) – qui De Angelis sceglie di innestarsi in una posizione mediana tra la conclusione tipica della commedia all’italiana e quella grottesca e surreale del film di Monicelli. Dopo l’arrivo a cena di un ospite inatteso, lo scrittore edito da Antonio (Tommaso Ragno), le dinamiche tra i personaggi finiscono per rompersi definitivamente e annunciano la tragedia che di lì a poco si compirà. La sequenza finale tuttavia, affidata a Musella e Lotito (che interpreta un’eccentrica sorella, molto simile alla madre), concede allo spettatore un’ulteriore risata: i saggi e bizzarri proverbi napoletani che i due recitano sono la coerente pietra tombale di un Natale disastroso, tuttavia non quanto quello di Trieste e Saverio, che esplodono insieme al loro appartamento a seguito di un complotto messo in atto dai loro stessi figli alla fine di Parenti Serpenti.

Il fuoco che ti porti dentro, in conclusione, è una commedia divertente e sapiente, che sa nutrirsi della tradizione del cinema italiano al fine di metabolizzarla e rielaborarla in un’opera contemporanea. Presto al cinema, augurando risate sguaiate come quelle del pubblico di Venezia 83.

Autore

  • Nato nel 2001, laureato in Lettere moderne e studente del CITEM all’Università di Bologna. Alessandro vive a Bologna ed è appassionato di cinema e scrittura. Più che redigere recensioni, preferisce individuare e analizzare elementi suggestivi per parlare dei film che vede al cinema. Nel 2023 ha realizzato Narrazione, un cortometraggio sperimentale che si interroga sulla definizione di genere in ambito narrativo. Nel 2024 ha svolto il ruolo di maschera per il cinema in Piazza Maggiore durante la XXXVIII edizione del Cinema Ritrovato di Bologna. Nel 2025 è stato membro della giuria Young Critics durante la XXI edizione del Biografilm Festival di Bologna.


     

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