SCHERZETTO

VENEZIA

Di Pablo Traversa

Il rapporto tra la letteratura e il cinema di Mario Martone sembra destinato a non esaurirsi facilmente. Dopo aver diretto gli adattamenti per il grande schermo dei romanzi di Elena Ferrante (L’amore molesto, 1995) e Goffredo Parise (L’odore del sangue, 2004), ed aver narrato le vite degli scrittori come Giacomo Leopardi (Il giovane favoloso, 2014) e Goliarda Sapienza (Fuori, 2025), questa volta tocca a Domenico Starnone e al suo Scherzetto, un testo che diventa un punto di partenza ideale per tornare a raccontare Napoli, luogo topico del suo cinema.

Non casualmente Scherzetto si apre su Napoli, con una lunga carrellata all’esterno di un grande e vecchio condominio alle spalle della stazione – in una sequenza che, accompagnata dalle musiche di Valerio Vigliar, assume toni quasi hitchcockiani – e con un ritorno: quello di Daniele (Toni Servillo) nella casa natale per badare al nipotino Mario (Lorenzo Perrotta, molto talentuoso nonostante sia per la prima volta davanti alla macchina da presa), mentre i suoi genitori (Serena Rossi e Leonardo Lidi) sono via per un convegno. La convivenza fra i due verrà messa a dura prova dal riaffiorare dei fantasmi del passato, che sembrano non aver mai abbandonato quella casa, e dalle richieste del nuovo libro che Daniele, dovrà illustrare, conciliando il suo lavoro con le richieste di attenzione del nipote.

Se in un film come Nostalgia (2022) il racconto della riscoperta dopo tanti anni del capoluogo campano era centrale per l’evoluzione del personaggio protagonista, in Scherzetto la città è lasciata ai margini del racconto. Ad interessare lo sguardo registico di Martone sono la casa e il carico di ricordi spiacevoli che essa rappresenta per il protagonista, a cui Toni Servillo dona un’umanità fatta tanto di spigoli quanto di tenerezza. Nonostante Martone con Scherzetto esca dalla sua zona di comfort, arrivando ad inserire una sequenza (riuscita solamente in parte) dove il protagonista vive un vero e proprio incubo ad occhi aperti che strizza l’occhiolino alla trilogia dell’appartamento di Roman Polanski, i momenti in cui la macchina da presa appare più a suo agio sono quelli in cui entra nell’intimità fra nonno e nipote, aiutato anche dalla chimica fra Servillo e Perrotta.

Pur non brillando per originalità i momenti più riusciti del film sono quelli legati all’incontro/scontro fra due personalità complementari, quella del nonno burbero in preda ai demoni del passato, al punto da vedere compromessa anche la sua attività di illustratore, e il nipote che con la giocosità tipica della sua età riuscirà a fargli capire quali siano le cose importanti su cui concentrarsi. Restano però diversi i passaggi nei quali la matrice romanzesca fa sentire il suo peso, specialmente con un utilizzo del voice over che a più riprese finisce per depotenziare il racconto.

Autore

  • Bari classe 1999, Pablo Traversa appassionato di cinema queer, cineasti sudamericani come Larrain o Inarritu e ritratti femminili a tutto tondo come quelli di Von Trier o Cassavetes, frequenta la magistrale di Cinema, Televisione e Produzione Multimediale a Roma Tre.

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