MUSK

VENEZIA

Di Riccardo Morrone

Ingegnere, inventore dal multiforme ingegno, magnate multimiliardario, tecnocrata, pazzo, esaltato, personalità narcisista ben oltre i confini della megalomania, fuori di testa e fuori dal mondo. Elon Musk è sicuramente tutto questo e molto altro. Il regista newyorkese Alex Gibney (premio Oscar al miglior documentario nel 2007 con Taxi to the Dark Side) prova a restituirne una rappresentazione a tutto tondo quanto più completa ed esaustiva possibile e, per farlo, prende massicciamente in prestito le features del videogame. I primi, discussi successi della sua avventura imprenditoriale (Zip2 a PayPal), poi SpaceX e l’ossessione per Marte, Tesla e la questione dell’Autopilot, l’acquisizione di X e il progetto Starlink ma anche le donne, i figli, l’infanzia sudafricana fino al suo recente coinvolgimento nello scenario politico internazionale: per tenere assieme tutte queste vicende con una certa dovizia di particolari il documentario impiega oltre 230 minuti ma, nonostante tale mastodontica durata, conserva un ritmo sostenuto e s’impegna al fine di mantenere alto il grado di attenzione dello spettatore.

Il capitolo più interessante certamente è quello che indaga la sua sinistra ossessione verso la paternità e la procreazione, così come molto azzeccata è la sequenza dei missili spaziali scagliati sulle note fragorose di I Love It; più schematica e statica la parte dedicata all’acquisizione di Twitter che si modella principalmente attorno alle ricostruzioni della giornalista Zoë Schiffer contenute nel volume Extremely Hardcore: Inside Elon Musk’s Twitter (2024) mentre, come è ovvio che sia, il capitolo più atteso e delicato è quello che descrive il suo avvicinamento a Trump – prima e durante il suo secondo mandato – e alla cosa pubblica con ampio spazio dedicato alle evidenti storture del programma DOGE e della sua agenda pseudo-politico in genere. Se anche qui la descrizione degli accadimenti è accurata e ricca di interviste ai funzionari messi ai margini o licenziati, manca una contestualizzazione rispetto al fenomeno dello shifting to right delle big tech della Silicon Valley che vedeva proprio in Musk il suo portavoce e capofila; ma soprattutto, nella parte finale, attraverso le parole di Geoffrey Hinton, guru dell’AI, il documentario si arrischia in una ipotesi – o, meglio, in un’accusa – alquanto ardita. Il fatto è che, come ben si sa, Musk è sempre stato e continua ad essere un venditore di utopie irrealizzabili e profeta di mondi immaginari ultra-liberali e cyberpunk, ma ciò che va sottolineato è come il documentario di Gibney accarezzi a tratti queste prospettive deformi. Certo, lo fa evidentemente con l’intento di lanciare un monito, ma si adegua al suo livello comunicato: ne è un esempio l’utilizzo come raccordo fra le varie parti di una finta intervista ad un Musk di sintesi, generato dall’IA, vale a dire di un personaggio di finzione che non fa altro che allontanarci dal rompicapo del vero individuo che si stava cercando di avvicinare attraverso il film. È una scelta problematica ma è anche la prova del fatto che è possibile leggere nell’iperbolica traiettoria della figura di Musk la triste evoluzione della nostra società, di cui lui è causa e prodotto. In definitiva, a fronte dell’ingente dispiego di energie richiesto – all’autore in primis ma anche allo spettatore –, era forse lecito attendersi un testo che non tradisse l’apparente apertura ostentata dalle numerose domande che l’evitabile voce narrante del regista offre all’inizio e alla fine.

Autore

  • Classe 2003, Riccardo è pigro, nato vecchio e convinto giochista. Aspirante nullafacente, prova a studiare cinema e trascorre i suoi giorni guardando cose (dal dubbio gusto e valore intellettuale), tra il cinema e lo stadio. Ha poche, granitiche certezze: di sicuro Scorsese come ispirazione e Lionel Messi come fede religiosa.


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