VENEZIA
di Nora Zine
Il titolo è già una dichiarazione: Al mowaten Osama, “il cittadino Osama”. Non l’eroe, non il martire, non soltanto il giornalista. Un uomo che vive, filma, diventa padre e prova a tenere insieme la propria vita mentre intorno a lui tutto sembra andare in pezzi.
Ahmed Hassouna parte da qui e segue Osama Al-Ashi nell’arco di un anno, dalla nascita del figlio al suo primo compleanno. Osama è un fotoreporter e uno dei giornalisti che continuano a lavorare a Gaza, ma il film lo osserva anche fuori dal lavoro: in famiglia, alle prese con il cibo, l’acqua, il latte per il bambino, preoccupato per le persone che gli sono vicine. È in questo continuo passaggio tra il ruolo di testimone e quello di padre, marito, amico e cittadino che Citizen Osama trova il suo centro.
La voce di Osama accompagna le immagini con un tono calmo, quasi trattenuto. Racconta il suo lavoro, i suoi progetti, la paura per la famiglia, il desiderio di tornare alla fotografia e al cinema. Intanto intorno a lui cadono le bombe, gli edifici vengono distrutti e i colleghi scompaiono uno dopo l’altro.
Hassouna lascia che siano soprattutto le immagini a parlare. E sono immagini difficili da dimenticare: macerie, esplosioni, corpi, feriti, persone in fuga, file per il cibo e l’acqua. La loro forza sta anche nella loro concretezza. Non sembrano immagini costruite per produrre un effetto sullo spettatore; arrivano direttamente dalla realtà che Osama attraversa ogni giorno. La macchina da presa resta dentro quella materia, senza attenuarla e senza renderla più spettacolare di quanto sia.
La guerra, però, non cancella tutto. Nel film trovano spazio i bambini, la famiglia, le risate, i pasti, i piccoli festeggiamenti, il mare. Sono momenti brevi, ma importanti, perché mostrano Gaza anche come luogo abitato, non soltanto come teatro della distruzione. La nascita del figlio introduce un’altra misura del tempo: mentre intorno a Osama tutto cambia, un bambino cresce, impara a camminare, compie gli anni.
Anche la fotografia assume così un significato che va oltre il mestiere. Osama parla del momento dello scatto come di un istante in cui qualcosa di sé sembra uscire dal corpo. Fotografare significa allora trattenere una traccia di ciò che sta accadendo, ma anche delle persone e dei luoghi prima che vengano cancellati. Il lavoro del giornalista diventa inseparabile dalla necessità di conservare una memoria.
Intanto la morte dei colleghi si trasforma in una presenza costante. Sono persone che Osama conosce, con cui lavora, che incontra mentre continua a documentare la guerra. La loro scomparsa non viene trattata come un evento isolato: entra nella quotidianità del film e rende ancora più concreto il rischio a cui lui stesso è esposto.
È qui che Hassouna riesce a riportare il giornalista dietro la notizia. Dietro ogni immagine c’è qualcuno che tiene in mano una macchina fotografica, che ha una famiglia, delle paure e un figlio che sta crescendo. Osama non viene trasformato in un simbolo: resta un uomo che lavora dentro una situazione estrema e che cerca, per quanto possibile, di continuare a vivere.
Anche il mare ritorna come un punto di riferimento. Per Osama è un frammento di Gaza che conosce e che può ancora riconoscere, un luogo legato alla memoria di ciò che esisteva prima della guerra. In questo senso il film non documenta soltanto la distruzione, ma anche il tentativo di non perdere il ricordo di una vita precedente.
Citizen Osama è un documentario che trova la sua forza nell’incontro tra la crudezza della testimonianza e la dimensione privata del protagonista. Le immagini mostrano la guerra senza filtri; la voce di Osama restituisce invece una misura umana a ciò che vediamo. Il risultato è un film che non ha bisogno di costruire un eroe: gli basta seguire un uomo mentre lavora, torna a casa, diventa padre e continua a filmare.
E alla fine, quando la sala comincia a svuotarsi, quello che rimane non è tanto un film che chiede di piangere, quanto la sensazione più scomoda di aver assistito alla progressiva trasformazione della morte in quotidianità. Osama continua a filmare perché è il suo lavoro, ma anche perché, in quel contesto, filmare sembra essere uno degli ultimi modi rimasti per dire: io sono ancora qui.

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