EVEREST: THE OTHER SIDE

VENEZIA

di Davide Delledonne

Alla visione di Everest: The Other Side viene spontaneo chiedersi dove possa essere tracciato il confine tra spettacolarizzazione e documentazione, ossia comprendere il punto nel quale la sofferenza, i sogni, l’amore o le passioni si tramutano in spettacolo. I film sulle grandi imprese Alpinistiche sono quasi antichi quanto il cinema stesso, – se consideriamo Cervino 1901 come l’antenato dei moderni film sulla montagna – ma perché proprio oggi, quando anche montagne come l’Everest sono diventate mete turistiche, questi documentari possono parlarci di qualcosa di essenziale al nostro tempo?

Il nuovo film di Elizabeth Chai Vasarhelyi e Jimmy Chin, seppur sia un documentario dalla struttura classica, riesce a muoversi verso orizzonti più alti della celebrazione narrativa di un’impresa che, indipendentemente dal documentario, ha dell’incredibile. Infatti, il protagonista è il sogno di Jim Morrison e della compagna Hilaree Nelson e con esso le forze che muovono l’uomo a spingersi al limite del possibile. L’ascesa dell’Everest nel versante più complesso e rischioso e la discesa con gli sci diventano il pretesto per leggere e scoprire altro. L’uomo fin dalla modernità ha denominato questo altro con il termine Sublime, ossia l’affrontare la tensione tra la fragilità umana e qualcosa d’incommensurabile grandezza. Il documentario, infatti, affronta tematicamente la capacità umana nel superare le difficolta e i traumi, reggendosi, quasi in un atto di fede, alla pura volontà dell’anima.

Seguire sette anni della vita di Jim è dunque osservare i movimenti e la potenza di tale volontà nel compiere l’impossibile e lasciarsi ammaliare da una forza che, seppur in misura minore, i nostri giorni si sono dimenticati. Questo genere d’imprese non mira al successo o alla gloria, ma, come racconta Everest: The Other Side, alla risoluzione di rotture profonde, illustrandoci un potenziale umano che è completamente da esplorare. Comprendere l’essenza di tale documentario significa riconnettersi ad un mondo emotivo e guidato da fattori irrazionali, ormai dispersi nella meccanica razionalità dei nostri tempi.

Autore

  • Nato nel 2004 a Bologna, Davide Delledonne si ritrova oggi a studiare filosofia, anche se la sua vera passione sono le arti, nello specifico il cinema. Quando non è in sala trascorre il suo tempo leggendo libri pesanti e noiosi, ascoltando canzoni di artisti ormai sepolti e frequentando mostre che fà finta di capire. Ma d’altronde come prendere sul serio un ventenne che filosofeggia ancora con carta e penna? Non si può! Infatti, nessuno, compreso sé stesso, lo prende sul serio. Battezzato al cinema da Peter Jackson all’età di tre anni, non si è più ripreso dalla religione del film e si ritrova oggi a comprare più Dvd di quelli che una persona può umanamente guardare e più libri di quelli che effettivamente legge.

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