N6 2025

TRA CIELO E MARE.
PORCO ROSSO E IL VENTO IMPETUOSO DELLA  RESISTENZA

Di Riccardo Morrone 

Il maiale nella tradizione buddhista, si sa, è considerato il simbolo dell’ignoranza, una delle tre radici del male. È da questa base che Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli (conosciuto anche come buta-ya, la “casa del porco”) partono al fine di ribaltare l’immaginario convenzionale, volgendo il proprio sguardo, con una sensibilità espressiva e visuale unica, verso l’epoca più opaca e travagliata del Vecchio Continente. Sesto lungometraggio del cineasta, Porco Rosso (紅の豚 / Kurenai no buta, 1992) è una storia di dolore e libertà, una poesia d’aria e silenzio capace di distillare alla perfezione lo spirito antimilitarista di Miyazaki e la sua passione di lungo corso per il volo e per gli aerei: tutti questi elementi contribuiscono a renderlo – assieme al più recente Si alza il vento (風立ちぬ / Kaze tachinu, 2013) – il film probabilmente più brillante e sentito all’interno di quel regno dei sogni e della follia che è la vasta opera dell’autore nipponico. 

Trasformato in maiale da un misterioso sortilegio, Marco Pagot (Shūichirō Moriyama) è uno straordinario pilota di idrovolanti e un reduce della Grande Guerra. Stanco e disilluso, egli ha scelto di rifugiarsi nella quiete di una piccola isola della costa dalmata e di lavare la sua anima tra i cieli e le acque dell’Adriatico. Prima  uomo, ora Porco, tutto quello che gli rimane, oltre al suo velivolo Savoia S.21, è un senso dell’umorismo pungente, l’inflessibile rettitudine morale e il coraggio di lottare non per uno Stato o una bandiera, ma per ciò che ritiene giusto.

Il cielo, in Porco Rosso, è l’ultimo spazio libero, un altrove rispetto alla realtà dissestata di un’Europa sempre più prossima al baratro. Per questo, il volo per lui non è solo fuga dalla minaccia fascista, ma assume un valore ben più marcato: è una forma di Resistenza gentile ma decisa e inamovibile, un atto di difesa e affermazione della propria libertà individuale e soprattutto – alla pari della sua metamorfosi mai spiegata – il segno del distacco dall’umanità corrotta e deteriore del suo tempo. È, insomma, l’espressione esteriore di una frattura interna, quella tra l’individuo e il contesto in cui si trova a vivere.

Sulle note memorabili del sodale Joe Hisaishi, Miyazaki modella un racconto d’avventura coinvolgente e delicatissimo, sospeso tra la leggerezza dell’aria e il peso del ricordo e ricco di personaggi di impareggiabile tenerezza: dal fascino irresistibile di Gina (Tokiko Katō) alla spocchia dell’impettito e altezzoso aviatore americano Donald Curtis (Akio Ōtsuka), dall’astuzia del signor Piccolo (Sanshi Katsura) fino all’integrità del maggiore Ferrarin (Mahito Tsujimura).

La grandezza di Porco Rosso sta anche qui, nella distanza incolmabile tra le diverse umanità ritratte, tra lo sguardo disincantato di Marco – sempre celato dietro agli occhiali scuri – e gli occhi carichi di speranza della giovane Fio (Akemi Okamura), indomita e raggiante. In lei vi è tutto ciò che il protagonista ha perduto – entusiasmo, fiducia, forza vitale – e, come dice lui stesso, guardandola verrebbe quasi da «pensare che l’umanità non sia poi da buttar via». Ma Fio non è solo un contrappunto emotivo, rappresenta soprattutto uno spiraglio luminoso all’interno di questo scenario così crepuscolare: svincolata dal peso del passato, è come se, con lei e attraverso di lei, la Storia potesse riprendere nonostante tutto a guardare in avanti con speranza, facendo prevalere alle macerie della distruzione il suo istinto a costruire e a ri-costruire. La sensibilità di Fio riflette quindi l’immagine singolare che Miyazaki dà dell’Italia di quegli anni, mutilata dalla povertà e dall’endemica infezione fascista, ma dura a morire e trainata dal contributo instancabile della forza lavoro femminile (come ben dimostra la Piccolo Spa).

Evidentemente, una sequenza in particolare costituisce il cuore pulsante di Porco Rosso, il momento più struggente e significativo dell’intera pellicola, quello nel quale Marco – tra sogno e memoria – rievoca le circostanze della morte del suo commilitone Bellini e della metamorfosi in maiale. Con uno slancio di eccezionale densità lirica, dal bianco lattiginoso delle nuvole fino alla scia argentata dei caduti, Miyazaki compone un requiem muto, che assume contemporaneamente il gusto misurato di un’elegia ai caduti e l’impeto di una condanna silenziosa della follia bellica: parafrasando Paul Valéry e recuperando i versi di un poema molto caro al Maestro giapponese, il cimitero celeste dei piloti pare essere «la coda scintillante in un tumulto che al silenzio è pari» («l’étincelante queue/dans un tumulte au silence pareil1»). Marco, anch’egli «dentro la  luce», si trova così sospeso a metà tra il cielo e la terra, tra la vita e la morte, ma è incapace di unirsi a quella processione silenziosa ed ascendere al cielo; a lui sarà riservato un altro destino, dovrà portare il fardello di essere sopravvissuto nella convinzione indissolubile che «quelli bravi erano quelli che sono morti».

Porco Rosso è un film che vola silenziosamente alto, seguendo le rotte inesplorate di un cinema assolutamente unico, prezioso, incontaminato. «Il cinema è falso tramite il vero2», ha scritto lo stesso Valéry e Miyazaki sembra, invece, volerci convincere del contrario: attraverso le risorse della finzione e del fantastico, del disegno e dell’animazione, porta sullo schermo un racconto maturo ma soave, una favola capace di racchiudere in sé tutte le complesse sfaccettature del reale. Uscito nel 1992, resta un capolavoro universale e senza tempo.


[1] Paul Valéry, Il cimitero marino (1920) [traduzione di Augusto Ponzio]; da un verso della strofa successiva rispetto a quelli appena citati deriva il titolo del capolavoro Si alza il vento (Kaze tachinu, Hayao Miyazaki, 2013); 

[2] Paul Valéry, L’idea fissa, a cura di Valerio Magrelli, Adelphi, 2008.

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