N6 2025

LA CROCE DI FERRO

Di Giovanni “Fusco” Pinotti

Lo slivovitz è il distillato nazionale della Serbia, ma è prodotto anche in diversi altri paesi dei Balcani e dell’Europa dell’Est. Viene realizzato persino in Italia, principalmente a Trieste, e il suo contenuto alcolico varia tra il 25% e il 70%. Durante le riprese de La croce di ferro (Cross of Iron, 1977) – effettuate proprio a Trieste e nell’allora Jugoslavia (più precisamente in Slovenia e in Croazia) – Sam Peckinpah ne consumava quotidianamente quantità industriali, alle quali aggiunse, nella fase di montaggio, l’assunzione di cocaina,  giusto per non farsi mancare niente. Il risultato? Ritardi di produzione, sforamento di budget, giornate intere buttate nel gabinetto perché il regista non si trovava da nessuna parte o doveva riprendersi da diversi giorni consecutivi di sbornie… e uno dei migliori film di guerra che siano mai stati realizzati. 

Il sergente della Wehrmacht Rolf Steiner (James Coburn), capo di un plotone di simpatici e scalmanati disadattati, sta combattendo una guerra ormai persa sul fronte orientale, nel momento in cui le truppe sovietiche stanno montando la propria controffensiva per scacciare gli invasori dalla Russia. Proprio quando i combattimenti si fanno più feroci, a peggiorare la situazione arriva il vanaglorioso capitano Stransky  (Maximilian Schell), un rampollo dell’aristocrazia prussiana il quale ha come unico scopo quello di ottenere la Croce di Ferro, la storica decorazione militare dell’esercito tedesco. Le differenze tra i due ufficiali porteranno a uno scontro dispiegatosi sullo sfondo della totale disfatta dell’offensiva nazista. 
A distanza di otto anni da Il mucchio selvaggio (The Wild Bunch, 1969), Peckinpah riesce a riproporre con forza e complessità rinnovate le dinamiche tipiche di un gruppo di sbandati, questa volta all’interno di un plotone dell’esercito tedesco. Il clima mascolino di cameratismo e fratellanza a cui il regista californiano ci aveva abituato con i suoi western viene riproposto, appunto, in questo reparto, a cui non interessa nulla del nazismo e delle sue prerogative ideologiche, in quanto la loro fedeltà appartiene solamente a uno di loro: Steiner, il nostro protagonista, un soldato cinico, disilluso, del tutto anarchico.

Malgrado il suo servizio militare, il personaggio interpretato da Coburn non è un nazista che si butta anima e corpo nella guerra genocida del Reich, una caratteristica che viene evidenziata anche dalla presenza del ragazzino russo (Slavko Štimac), a cui Steiner salva la vita e che accoglie sotto la sua ala protettrice; egli si trova a combattere nell’esercito tedesco solamente per una coincidenza del fato, che lo ha voluto lì in una sorta di predestinazione, oppure persino per una propria inclinazione personale, come ci fa intuire l’infermiera Eva (Senta Berger) – con la quale il sergente inizia  un’effimera relazione durante un breve periodo di convalescenza – quando gli chiede se il suo desiderio di tornare al fronte dai suoi uomini sia dovuto al suo amore irrazionale per la guerra o per il timore esistenziale dovuto al non sapere cosa diventerebbe senza di essa. Attraverso il cinismo scanzonato di Steiner e dei suoi compari, Peckinpah porta avanti una critica delle strutture del potere, prendendo sì di mira – ovviamente – il nazionalsocialismo, i cui crimini vengono condannati in un brillante montaggio iniziale che alterna le immagini di Hitler e delle malefatte delle sue truppe con il sottofondo di un’infantile canzoncina patriottica, ma soprattutto gli ordinamenti gerarchici della società, destinati a sottomettere e reprimere l’individualità. 
Nel suo saggio del 1970 (Ideologie et appareils ideologiques d’Etat), Louis Althusser rielaborava Gramsci e Lacan per coniare la definizione di apparato ideologico e repressivo di Stato, una serie di strumenti e istituzioni la cui funzione è mantenere, legittimare e interiorizzare lo status quo favorevole alla classe dominante attraverso metodi di coercizione o diffusione ideologica. Nel film di Peckinpah, l’esercito tedesco funziona esattamente in questo modo, in quanto, soprattutto quando ogni speranza di vittoria è evidentemente andata in fumo, lo scopo degli alti comandi non è tanto quello di vincere la guerra, quanto  piuttosto quello di mantenere intatti i codici d’onore e la gerarchia. Infatti, la Wehrmacht non è solo una macchina di morte, ma anche un sistema di classe in miniatura dove i proletari, proprio come nella società civile, sono bestie da mandare al macello, a completa disposizione della nobiltà. Nell’antagonismo di classe  che si instaura con Stransky – il quale, per ottenere la croce di ferro, è disposto a sacrificare tutto e tutti (arriva persino a ricattare due ufficiali omosessuali, minacciando di rivelare il loro segreto) – Steiner, che vede oltre le ipocrisie del potere e si beffa del miope e ridicolo disprezzo aristocratico del prussiano, esplicita senza mezzi termini il suo odio per tutti gli ufficiali del mondo, per tutte le uniformi e per tutte le ideologie per cui si combatte, si uccide e si muore. Il risultato di questa fredda equazione è quello tipico dei film di Peckinpah: la guerra, come la vita, è un caos infernale, privo di qualsivoglia ordinamento o scopo morale. 
Le sfrontate conclusioni del cineasta di Fresno si riflettono anche in una messinscena coinvolgente e mozzafiato. Sembra quasi di assistere, soprattutto sul finale, a una cupa satira bellica, dove una risata folle e a pieni polmoni diventa l’unico residuo di umanità non soffocato dall’eccidio indiscriminato. Utilizzando nuovamente lo slow-motion e un montaggio rapido e frenetico nelle numerose scene d’azione, Peckinpah  riesce a ricreare scene di combattimento che colpiscono tanto per il realismo – complice anche l’aver adoperato armi ed equipaggiamento fedeli all’epoca, tra cui carri armati sovietici prestati alla produzione dall’Armata Popolare Jugoslava – quanto per la brutalità sfacciata della violenza. I fiumi di sangue e i corpi crivellati di proiettili sono le spezie indispensabili con cui Peckinpah condisce il suo squisito piatto antibellico.

La croce di ferro, dunque, rimane un film immortale, una delle migliori pellicole ambientate durante la Seconda guerra mondiale, una delle opere di guerra e contro di essa più incisive di cui possiamo fare esperienza. Grazie a Peckinpah… e anche allo slivovitz.

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