N6 2025

L’ASCESA

di Giovanni “Fusco” Pinotti 

The Ascent… That has to be owned by every single human in the world.  
– Cate Blanchett durante la sua visita al Criterion Closet, 2022.  

La grande guerra patriottica è stata il soggetto di un elevato numero di pellicole prodotte nel corso dell’esistenza dell’Unione Sovietica. Alcune di queste esibivano sfacciatamente la loro natura propagandistica, altre erano di scarso interesse, altre ancora sono diventate pietre miliari della storia della settima arte; tra queste ultime, una in particolare merita di essere annoverata tra i più grandi traguardi artistici, intellettuali e culturali raggiunti dal cinema sovietico, un film che trasla sul fronte orientale una storia di natura biblica e che, piuttosto che presentarsi come opera “meramente”antibellica, attua un discorso spirituale universale per nulla scontato, oltre che difficilmente affrontabile nel fecondo ma fortemente controllato a livello ideologico clima culturale sovietico. Si tratta de L’ascesa (Восхождение / Voschoždenie, 1977) di Larisa Šepit’ko, un lavoro monumentale che oggi, ahimè, viene spesso trascurato anche dagli appassionati.  

Nel mezzo della brutale offensiva nazista, due partigiani sovietici, Sotnikov (Boris Plotnikov) e Rybak (Vladimir Gostjuchin) vengono inviati dal loro superiore alla ricerca di provviste, sfidando il freddo micidiale e l’onnipresente neve. Dopo uno scontro a fuoco durante il quale Sotnikov subisce una ferita, i due trovano riparo presso l’abitazione della giovane madre Demčicha (Ljudmila Poljakova), ma vengono presto scoperti e catturati dai tedeschi e dai membri della Polizia Ausiliaria Bielorussa, il cui capo locale, il collaborazionista Portnov (il grande Anatolij Solonicyn, frequente collaboratore di Andrej Tarkovskij), inizia a interrogarli dopo averli imprigionati nel quartier generale degli invasori. Sotnikov e Rybak inizieranno a dividersi quando l’indefessa determinazione del primo si scontrerà con la debilitante paura del secondo, un’opposizione che li spingerà a chiedersi se sia meglio morire con coscienza oppure continuare a vivere senza.  
L’ascesa, tratto dal romanzo del 1970 Gli ultimi tre giorni (Sotnikov) del bielorusso Vasil’ Bykov (il quale combatté davvero nei ranghi dell’Armata Rossa), è un film chiaramente diviso in due sezioni: mentre la prima parte è più “d’azione”, con una sparatoria iniziale, l’odissea innevata dei nostri due protagonisti alla ricerca di provviste e l’incontro con il capovillaggio collaborazionista (Sergej Jakovlev) e Demčicha, la seconda, a partire dalla cattura dei nostri da parte dei tedeschi e della Polizia, calca molto di più la mano sugli aspetti spirituali e filosofici della vicenda, evitando di mostrare scene di eccessiva violenza e preferendo concentrarsi sulla lotta e il disagio interiore dei protagonisti.
Grande importanza viene affidata allo sguardo, manifestazione del subbuglio esistenziale che avviene nell’animo dei personaggi. È importante soprattutto l’espressione di Sotnikov, il quale si rifiuta di fornire informazioni al nemico e che pare essere investito di una missione ultraterrena, che riesce sia a incutere disagio e sconforto nel cuore di coloro che, per guadagno o convenienza personale, hanno tradito la patria e abbandonato la propria dignità, sia a trasmettere determinazione e speranza ai propri commilitoni e compatrioti, costretti a subire le atrocità naziste. Costretto al martirio e impassibile nell’affrontare il suo destino, Sotnikov sembra essere un novello Gesù, sacrificatosi stavolta non per espiare i peccati dell’umanità, ma per riscattare la dignità violata di un popolo che ha un disperato bisogno di simboli che infondano coraggio e desiderio di resistenza.
E laddove c’è il Nazareno, c’è anche l’Iscariota: mentre prima della cattura il partigiano riesce a dare prova di coraggio e risolutezza, una volta caduto nelle mani dei tedeschi Rybak lascia che la paura della morte e dell’oblio lo divorino completamente. Egli cede alle minacce (e, di nuovo, allo sguardo) del glaciale Portnov, rivelando tutto ciò che sa di fronte alla minaccia di tortura e, disonore di misura ancora maggiore, entrando nei ranghi della Polizia collaborazionista. Deriso dai suoi nuovi compagni e ostracizzato dai suoi compatrioti, degradato da essere umano a verme rigettato persino dalla morte, Rybak non può nemmeno permettersi di abbandonarsi all’eterno riposo, che lo solleverebbe dalla lacerante consapevolezza di aver tradito; egli può solo immaginarsi scenari possibili che condurrebbero a una morte violenta, senza avere né la forza interiore né la possibilità materiale di metterli in atto. Persino il suicidio diventa impossibile per il Giuda sovietico, condannato per l’eternità a dover sopportare e vivere con se stesso. Alla fine, le futili lacrime e le folli risate che lo consumeranno troveranno come pubblico solamente la vastità indifferente di una natura taciturna. 

La lotta dei personaggi de L’ascesa è quindi soprattutto interiore, e riguarda la presenza o meno della spiritualità, intesa come senso di dovere morale, come scontro tra il naturale e animalesco istinto di sopravvivenza e come la resa dell’involucro fisico in nome di ideali supremi e valori trascendenti, i quali, tuttavia, non possono che avere fondamentali conseguenze sul mondo materiale. Il cinismo nichilista di Portnov, il cosciente desiderio di Sotnikov di sacrificarsi in nome dell’umanità, la primordiale viltà di Rybak: vediamo dispiegarsi tutto questo davanti alla macchina da presa, e l’autrice riesce a intrecciare spiritualità e materialismo con tale incisiva efficacia che lo spettatore non può che sentirsi profondamente e intimamente coinvolto.  
Infatti, il lavoro a livello interiore ed esteriore sui personaggi compiuto da Šepit’ko e dal suo cosceneggiatore, Jurij Klepikov, dà ancora più valore a una regia che riesce a catturare e trasmettere la rigidità dell’inverno orientale e le estreme difficoltà del fronte. Persino davanti a uno schermo e nel caldo delle nostre case, riusciamo a percepire nelle nostre stesse ossa il gelo, grazie anche alla fotografia di Vladimir Čuchnov e Pavel Lebešev, che accentua la potenza sconfinata del paesaggio, il quale sembra confondersi con il cielo stesso, creando un tutt’uno adeguato persino a livello tematico, in quanto il collegamento tra spirito e terra è fondamentale. I primi piani illuminati dei volti avvertono le influenze del cinema di Dreyer e rinsaldano la summenzionata importanza dello sguardo.  

Il capolavoro di Šepit’ko, in conclusione, non può mancare in nessun elenco dei migliori film ambientati durante la Seconda guerra mondiale, senza contare che si accompagna perfettamente con un altro film sovietico ambientato durante la Grande guerra patriottica, il magistrale Va’ e vedi (Иди и смотри / Idí i smotri, 1985) di Ėlem Klimov, marito di Larisa.

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