N6 2025

ROMA CITTÀ APERTA 

Di Sara Pellacani 

Capolavoro e manifesto del neorealismo italiano, Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini intreccia le storie di alcuni cittadini della capitale durante l’invasione nazista nel 1944.

Tra questi figura il personaggio di Giorgio Manfredi (Marcello Pagliero), un ingegnere a capo del Comitato di Liberazione Nazionale che, ricercato dai nazisti della Gestapo, è costretto a rifugiarsi a casa di Francesco (Francesco Grandjacquet), anch’egli membro della Resistenza e promesso sposo di Pina (Anna Magnani). Le loro vicende si legano a quelle di don Pietro (Aldo Fabrizi), il parroco del  quartiere, che aiuta i membri della resistenza fornendogli aiuti e armi.

Ciò che ci presenta Rossellini è lo specchio della Roma durante l’occupazione nazista, utilizzando la storia corale di un gruppo di cittadini di un quartiere romano che si affaccia alle difficoltà dovute, appunto, all’occupazione. Il regista però parte dalla realtà, in particolare dalla storia di don Giuseppe Morosini e Teresa Gullace, che sono serviti da ispirazione per i personaggi di don Pietro e Pina. Proprio loro, infatti, sono le figure di maggior interesse all’interno della pellicola e sono interpretati magistralmente da Aldo Fabrizi, che porta una forte carica drammatica al personaggio del Don, e da Anna Magnani, spontanea e naturale, che parla in romanesco utilizzando espressioni colorite e che conferisce ancora più realismo al suo personaggio. Per sempre impressa nell’immaginario comune rimane la potente e intensa scena in cui la donna insegue correndo il carro militare dei nazisti che hanno preso Francesco. 

Rossellini gira il film all’esterno in una Roma ancora martoriata dagli orrori della guerra, rappresentando una realtà nuda e cruda, senza fronzoli. Il regista inserisce però anche un elemento di innocenza, rappresentato dai bambini del quartiere (in primis Marcello, il figlio di Pina interpretato da Vito Annicchiarico), che passano dal giocare a pallone allo sganciare bombe. La grande naturalezza è la chiave del film, che riesce a mostrare agli italiani reduci dalla Seconda guerra mondiale una realtà in cui si possono rivedere, fatta di persone comuni che lottano e resistono. Una realtà che travolge i protagonisti della storia a partire non solo da Pina, ma anche da Manfredi, ricercato e infine tradito dalla donna che lo amava solo per un tornaconto personale. Una storia in cui non ci sono né vincitori né vinti, ma solo vite spezzate dall’oppressione della guerra, a partire ad esempio da quella che doveva essere una nuova vita per Pina e Francesco in procinto di sposarsi, ma la cui speranza va in frantumi con la morte della donna.    

Roma città aperta è il primo film facente parte della Trilogia della guerra di Rossellini, tra cui figurano anche Paisà del 1946 e Germania anno zero del 1948.
Rossellini ci regala un’opera che fa la storia del cinema italiano (vincendo tra l’altro il Grand Prix  come miglior film a Cannes), riuscendo grazie non solo alla bravura degli interpreti, ma anche al contributo alla sceneggiatura, tra gli altri, di Federico Fellini, a restituire il quadro dell’Italia durante l’occupazione nazista. 

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