27-99: LA SECONDA GUERRA MONDIALE
IL GRANDE DITTATORE
In the name of democracy, let us all unite!
Di Alessia Vannini
Il grande dittatore (The Great Dictator, 1940) di Charlie Chaplin è un film che è passato alla storia, ed è riuscito in tale impresa perché capace di superare il velo d’argento bidimensionale. Più che un semplice film, il capolavoro di Chaplin è il sentimento di un tempo storico ben preciso, quello della Seconda guerra mondiale. Il regista e performer non si distacca mai del tutto dalle sue radici comiche e, mantenendo sempre il suo marchio di fabbrica satirico-drammatico, si appresta a rappresentare una storia tanto divertente quanto struggente.

Per comprendere appieno questo imponente film è anche importante contestualizzarlo storicamente. È il 12 novembre 1938, due giorni dopo la Notte dei cristalli, e Charlie Chaplin deposita la sceneggiatura di un film a cui stava lavorando già da due anni presso la Library of Congress. Poco meno di un anno dopo, il Regno Unito dichiara guerra alla Germania e la settimana successiva cominciano in gran segreto le riprese del film.

Nel mappare il percorso della realizzazione di questo film, tanto importante quanto il contesto storico politico è anche la carriera dello stesso Chaplin. Divenuto famoso in tutto il globo — e meglio conosciuto tutt’ora — per il suo celebre personaggio del cinema muto, il vagabondo Charlot, Charles comprese che, a quasi un decennio all’avvento del sonoro nel cinema, era il momento che anche lui prendesse parola. Nonostante sia sempre riuscito attraverso i suoi gesti e le sue espressioni a trasmettere potenti emozioni, questi non erano più sufficienti… ed anche il linguaggio stentava a veicolare tutta quell’immensa ed immotivata violenza.
Per queste ragioni, in quel tumultuoso 1940, Charlie Chaplin decise di ultimare il suo grande progetto.
La narrazione ne Il grande dittatore si dipana in due binari paralleli. Da una parte seguiamo le vicissitudini di un umile barbiere ebreo, reduce della Grande Guerra e vittima di amnesia, che si risveglia in un mondo che non riconosce più. Il suo quartiere d’origine è ora un ghetto ebraico sorvegliato da soldati nazisti, e la violenza antisemita serpeggia ovunque. Confuso e disorientato, il barbiere assiste all’inasprirsi di un clima d’odio che gli è estraneo quanto incomprensibile. Pur non comprendendo pienamente le nuove regole del terrore, continua a opporsi alle angherie, con coraggio e dignità.
Ad aiutarlo in questa resistenza inconsapevole è Hannah (Paulette Goddard), una giovane donna che lo protegge e lo accoglie in casa sua. Ma sarà l’incontro con il comandante Schultz (Reginald Gardiner) — un ufficiale dell’esercito a cui il barbiere aveva salvato la vita anni prima in guerra — a segnare una svolta: Schultz, ormai nemico del regime, lo coinvolge in un piano di rovesciamento del potere, che però fallisce. Costretti alla fuga, i due attraversano un confine non solo geografico, ma simbolico: quello tra l’individuo e la Storia, tra il silenzio e la parola.

Sul binario parallelo si svolge la storia che ha come protagonista il grottesco dittatore Adenoid Hynkel, caricatura feroce di Adolf Hitler — da non confondere col barbiere perché, come suggerisce il disclaimer nei titoli d’apertura, ogni somiglianza tra i due è puramente casuale… Chaplin ne esaspera i tratti, rendendolo ridicolo e terrificante al tempo stesso. Al suo fianco, Napaloni (Jack Oakie) — evidente parodia di Mussolini, con un rimando anche a Napoleone — completa il quadro farsesco di un’Europa alla vigilia della catastrofe. Eppure, per quanto caricaturale, questa messa in scena non smette mai di colpire al cuore: il ridicolo si fa veicolo di denuncia, e l’ironia si trasforma in rabbia trattenuta. Hynkel e Napaloni che si combattono a colpi di salsa e spaghetti sono, a tutti gli effetti, due bambini che fanno a gara a chi ce l’ha più grosso… e si capisce bene che il ritratto che ne viene fatto non è poi così tanto irrealistico.

Nel finale, i due percorsi — quello del barbiere e quello del dittatore — si intrecciano: scambiato per Hynkel a causa della perfetta somiglianza, il barbiere viene condotto a un comizio trionfale. Sul palco, in un climax ascendente, l’omino col baffetto, anziché pronunciare l’attesissimo discorso d’odio, si getta in un appello universale.
La sequenza finale, carica di potenza suggestiva, si converte in un inno alla Pace, alla Libertà, all’Umanità, la Democrazia, la Fratellanza e all’Amore. Il discorso finale non è più solamente un monologo, è anche più che semplice finzione cinematografica: è un inno e un invito alla presa di posizione, che vuol spronare gli ascoltatori da tutto il mondo a ridere in faccia ai tiranni. Chaplin ci implora di sostituire le pallottole con i fiori, i pugni con gli abbracci. Finché ci sarà qualcuno pronto a denunciare e ribellarsi alle tirannie, ci sarà sempre un bagliore di speranza.
In the name of democracy, let us all unite!

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