N6 2025

IL FESTIVAL DI CANNES E LA CRISI DEL MODELLO FESTIVALIERO

Di Miriam Padovan

Il Festival di Cannes rappresenta, da decenni, uno degli snodi fondamentali dell’industria cinematografica mondiale. Sorto nel 1946 in reazione all’egemonia ideologica del Festival di Venezia sotto il fascismo, Cannes si è imposto come luogo simbolico della libertà creativa, della cinefilia internazionale e dell’incontro fra arte, mercato e diplomazia culturale. A differenza di altri festival, ha saputo coniugare l’aura glamour delle celebrità con la legittimazione delle opere d’autore, divenendo il paradigma della “festivalizzazione” del cinema contemporaneo. 

Tuttavia, il modello festivaliero – e Cannes in particolare – sta attraversando una fase critica. L’edizione 2025 ha reso più evidente che mai una serie di tensioni latenti che riguardano tanto l’ethos culturale quanto le pratiche organizzative e le responsabilità sociali dell’evento. In primo luogo, l’evoluzione del contesto politico e morale internazionale ha imposto a Cannes una revisione delle proprie scelte, a lungo considerate immuni da vincoli etici. Quest’anno, per la prima volta nella sua storia, il festival ha deciso di escludere un attore – Théo Navarro-Mussy – coinvolto in accuse di violenza sessuale. La scelta, accolta con favore da molte associazioni, arriva però dopo anni di ambiguità su casi ben più noti, come quello di Gérard Depardieu, lasciando intendere che la spinta al cambiamento sia più reattiva che realmente riformatrice. 

Anche il codice di comportamento imposto ai partecipanti ha sollevato critiche e polemiche. Una nuova regolamentazione, introdotta per contenere eccessi estetici percepiti come fuori luogo, ha imposto restrizioni sull’abbigliamento – soprattutto femminile – generando malcontento tra attrici, modelle e ospiti. Il caso di Halle Berry, costretta a modificare il proprio abito all’ultimo momento, ha fatto emergere una contraddizione strutturale: mentre si predica l’inclusività e la modernità, si continua a esercitare un controllo normativo che rievoca dinamiche puritane e paternaliste, applicate peraltro con evidente discrezionalità. 

In parallelo, l’edizione 2025 si è contraddistinta per un’accentuata politicizzazione. Interventi pubblici, come quello di Robert De Niro contro Donald Trump o la lettera firmata da più di trecentocinquanta personalità del cinema in sostegno alla Palestina, hanno reso la Croisette un luogo di confronto – e scontro – simbolico. Questi gesti, pur moralmente legittimi, hanno sollevato interrogativi sulla funzione del festival: è ancora un luogo dedicato al cinema o si è trasformato in un palcoscenico di militanza culturale? La risposta non è semplice. Cannes si è sempre nutrito della tensione tra spettacolo e coscienza politica, ma oggi il rischio è che la narrazione militante – e talvolta ideologica – sovrasti il giudizio critico sulle opere stesse, come suggerito da Juliette Binoche, che ha ritenuto “fuori luogo” le aspettative di dichiarazioni politiche in conferenza stampa.

A complicare il quadro si aggiungono tensioni logistiche e proteste interne. Durante l’ultima settimana del festival, una manifestazione improvvisata di lavoratori freelance ha invaso il tappeto rosso per denunciare la precarietà dei contratti nell’indotto cinematografico francese. L’immagine scintillante di Cannes è stata così attraversata da un’irruzione della realtà sociale, scomoda ma necessaria. A ciò si è aggiunto un blackout tecnico che ha compromesso alcune proiezioni, alimentando polemiche sull’efficienza dell’organizzazione e sulla fragilità infrastrutturale dell’evento. 

Critiche non meno incisive hanno colpito il cuore della programmazione. Diversi osservatori internazionali hanno giudicato la selezione di quest’anno “debole” e priva di slanci realmente innovativi. Alcuni dei titoli più attesi si sono rivelati deludenti, mentre il concorso ufficiale è sembrato dominato da film inoffensivi, funzionali più al prestigio dei distributori (come Neon, ancora vincitore della Palma  d’Oro) che al coraggio curatoriale. In un sistema che spesso premia autori già canonizzati, la funzione scopritrice del festival appare indebolita. A salvare l’onore cinefilo, secondo molti critici, sono state le opere provenienti dal Medio Oriente e dall’Asia – come quelle di Jafar Panahi e del regista iraniano Hasan Hadi – che hanno saputo coniugare impegno civile e originalità formale.

In questo scenario, si rinnova una delle critiche più strutturali al modello Cannes: la sua progressiva autoreferenzialità. Come sostenuto da Marijke de Valck, la rete festivaliera rischia di trasformarsi in un sistema chiuso, una “zona sicura” che protegge i film da logiche commerciali ma, al tempo stesso, ne limita la possibilità di impatto reale sul pubblico e sull’industria. Il rischio è quello di un cinema da festival che si nutre solo dei suoi codici, delle sue estetiche e del suo pubblico, perdendo la capacità di trasformare davvero il linguaggio cinematografico o di influenzare le masse. 

L’edizione 2025 ha messo in luce anche la fragilità del rapporto tra Cannes e la città che lo ospita. La crescita esponenziale dei costi, la speculazione immobiliare e la pressione turistica rendono l’evento sempre più estraneo alla vita quotidiana dei cittadini locali. Se un tempo il festival era un’occasione di apertura culturale per la Costa Azzurra, oggi appare come una macchina globale che si muove sopra – e  non con – il territorio.

Il festival dovrà interrogarsi sulla propria identità: se vuole continuare a essere un luogo di scoperta, confronto e innovazione, dovrà ridefinire le proprie priorità, aprirsi a nuovi sguardi, garantire maggiore coerenza etica e ricostruire il legame con la società e il cinema reale. In un’epoca di transizione culturale e tecnologica, non basta più brillare sulla Croisette: occorre anche saper ascoltare, rischiare, cambiare.

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