TECNICA
Amore tossico, il capolavoro underground del maestro Claudio Caligari
Tra Neorealismo rinnovato e documentario fiction
Di Sibilla Bissoni
Un film cult per la scena cinematografica italiana underground, un forte e crudo tributo al Neorealismo classico, un racconto fiction che abbraccia appassionatamente il documentario: tutto questo è Amore tossico di Claudio Caligari.
Nel 1983, viene proiettata per la prima volta in Italia questa pellicola controversa quanto necessaria per il cinema del Bel Paese, diretta dal documentarista e cineasta assolutamente non ortodosso Caligari e scritta sempre dal regista con l’aiuto del sociologo Guido Blumir. La critica pone il film come capostipite di una trilogia della “periferia romana”, di cui fanno parte anche L’odore della notte (1998) e Non essere cattivo (2015), che – incredibilmente – sono anche gli unici altri due lungometraggi fiction del regista.
Nonostante i prestigiosi premi vinti in festival importanti come quello di Venezia e di San Sebastián, da Amore tossico nessuno si aspettava granché, almeno inizialmente.

Il film fu creato e prodotto con “quattro lire”, come disse lo stesso Caligari, e senza alcuna reale pretesa, se non raccontare una realtà scomoda e brutale, perché qualcuno doveva pur farlo. Tra la seconda metà degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, in Italia si registrò un grave problema di droga, in particolar modo tra giovani e giovanissimi, e non si trattava di una sostanza qualunque, bensì della regina di tutte le droghe: l’eroina. Soprattutto nelle periferie più depresse, l’eroina non fu una dipendenza di qualche “scappato di casa”, bensì un’epidemia capace di uccidere senza pietà chi decideva, più o meno consapevolmente, di farne un uso assiduo.
Il film sceglie di raccontare la storia di un gruppo di amici e conoscenti dipendenti da questa droga, che si muovevano tra Ostia e Centocelle nell’inizio degli anni Ottanta, alla ricerca perenne e ossessiva di “un buco”.
Caligari non si improvvisò narratore onnisciente di una realtà chiusa e complessa come quella: per anni aveva lavorato come documentarista, ottenendo una discreta approvazione per le sue visioni, mai buoniste e sempre maledettamente reali; decise così di approcciarsi al suo primo vero lungometraggio come se dovesse inizialmente girare un documentario.
Senza mai fare mistero del suo enorme amore per il Neorealismo, Caligari si spinse in un “oltre” che dai tempi dei primi esperimenti del maestro Pasolini non si toccava, ossia indagare per mesi in prima persona nei luoghi in cui voleva ambientare il film, per capire come i tossici delle borgate romane parlavano e si comportavano, interessandosi anche molto a come amavano, e se potessero effettivamente amare. Caligari decise, sempre sulla scia neorealista, di ingaggiare persone che avessero avuto esperienze dirette con l’eroina o che ancora le avevano e, cosa più importante, che non fossero prima di allora stati degli attori.
Dopo mesi di sforzi e ragionamenti con l’amico sociologo Blumir, i due riuscirono ad entrare in confidenza con gli ambienti e con i personaggi che sarebbero diventati le scenografie veriste del loro film nascente e, con una disponibilità economica davvero minima, cominciarono a girare.
Caligari era piemontese, ma la sua anima da documentarista appassionato gli permise di immedesimarsi completamente con i ragazzi di Amore tossico, tanto che quasi nessuno credeva alla sua origine e alla sua storia. Da piccolo, il regista guardava con occhi meravigliati Roma città aperta (1945) del gigante Roberto Rossellini insieme a suo padre, e da più grande rimase assolutamente stregato dal movimento della Nouvelle Vague, riconoscendo subito che anche lui voleva fare film “che andassero contro”: contro al perbenismo, contro alle bugie bianche e contro al cosiddetto “potere costituito”.
Il film si muove in una dimensione strana, e guardandolo si rimarrà colpiti da un’anima tecnica e visiva visibilmente amatoriale, affiancata però ad una sceneggiatura assolutamente realistica, che è palese sin dalle prime scene essere un frutto maturo di un lunghissimo e faticoso studio sociologico ed empatico.
Tra le scene più eclatanti abbiamo quella in cui una delle protagoniste si inietta dell’eroina in una vena del collo, il tutto con l’aiuto di un’amica che le porge uno specchietto d’auto staccato da una vettura. La ragazza prende la mira, guarda in modo apatico lo specchio e si buca praticamente al centro della gola, a favore di macchina da presa.

Caligari, su questa scena, svelerà che vi era un enorme specchio fuori dalla zona inquadrata dove la ragazza guardava e che lo specchietto presente nel quadro era a favore di macchina, per cui non sarebbe stato possibile per la ragazza protagonista della scena vedersi lì. Tutto questo è un riassunto, se vogliamo, della poetica e del modo di intendere le storie che vediamo in Amore tossico. C’è la finzione che si mischia ad una realtà (ovviamente costruita anch’essa), che non è una realtà in senso stretto, ma una realtà di un’epoca, di una situazione sociale disastrosa, di un problema gravissimo per i giovani italiani del tempo.
Caligari riuscì a far credere alle persone di star guardando in faccia (davvero) quello che tutti sapevano benissimo da anni, riuscì a trasmettere in maniera cruda e violenta anche una situazione scomoda, davvero scomoda. E con questo mix registico e stilistico di arte documentaristica e arte fiction veniamo accompagnati per tutta la durata del lungometraggio, dove, per la verità, non c’è un inizio preciso né una fine felice, come massima metafora della parabola del tossicodipendente.
Nel film, inoltre, viene completamente a mancare il pietismo o la condanna agli individui che verranno mostrati come protagonisti, con un animo però più artistico che giornalistico. Il titolo fa capire molto del film, soprattutto dopo averlo guardato. L’amore è, anche se non platealmente, centrale nella pellicola. Si parla di amore per la droga, ma anche di amore romantico.
Tra i protagonisti figura una coppia giovanissima composta da due tossici, i quali saranno perennemente alla ricerca della sostanza e mai concentrati su discorsi riguardanti la loro relazione in qualsiasi altro ambito; come l’euforia ceca della giovinezza vuole, si andrà poi a delineare un vero sentimento di tenerezza e rispetto solo quando sarà troppo tardi.
Caligari ha voluto mostrare una verità che sembra davvero pesante, ma il Nostro non si sarebbe fermato qui: avrebbe voluto mostrare scene in carcere di abuso di potere estremo da parte della polizia sui tossici e anche un suicidio molto drammatico, ma ciò non fu possibile perché si sarebbe oltrepassato un limite cosiddetto “etico” verso le istituzioni che, pare ovvio, tutt’oggi l’Italia non è stata ancora in grado di superare.
Caligari fu osteggiato per tutta la sua carriera a venire, non fu mai parte integrante e accettata del business del cinema italiano o addirittura internazionale. Nonostante questo, egli riuscì a lasciarci tre opere indimenticabili, la cui madre è Amore tossico.
Il neorealismo, ormai “fuori moda” negli scoppiettanti anni Ottanta, che rappresentavano un po’ un boom socioeconomico “sequel” del più celebre boom anni Sessanta, fu rispolverato e riportato sotto ai grandi riflettori da un uomo con una mente ed un sentire sempre “fuori moda”.

Dopo i terribili anni di piombo e alla tanto nominata strategia della tensione, gli italiani avevano voglia di ricominciare, anzi di nascondere e dimenticare il più in fretta possibile le atrocità, senza mai risposte univoche e soddisfacenti della decade precedente. Di questo menefreghismo senza indagini e di questa frivola stanchezza generazionale, l’epidemia dell’eroina, falciatrice di anime e di futuro, fu forse il più forte simbolo.
Quando il dolore e le ingiustizie sono troppo grandi per essere chiuse in qualche armadio dimenticato, i cuori più puri dei giovani spesso si ribellano, anche inconsciamente, preferendo un’estasi completa di una droga letale ad una lotta attiva contro perbenismo e conflitti orrendi con il passato e con il presente; Caligari fiutò tutto questo, lo indagò senza mai giudicare e lo dipinse in Amore tossico.
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