N6 2025

MUTO

I TRE BIRBANTI

Di Gianluca Meotti

Una quantità enorme di carovane aspetta in fila retta, in trepida attesa. Scoccano le 12 e partono, velocissime, alla conquista della frontiera e alla ricerca dei giacimenti d’oro. Si erano radunate nella cittadina di Custer qualche giorno prima, per partecipare alla Cherokee Strip Land Rush, una delle gare all’Ovest che alla fine dell’Ottocento gli Stati Uniti organizzavano per distribuire le terre vergini ai nuovi avventori (vergini sì, ma impregnate di sangue indiano). A Custer, Nord Dakota, erano arrivati coloni da tutto il continente e persino dall’Europa. C’era il giovane irlandese Dan O’Malley (George O’Brien), ma anche la bella Lee Carlton (Olive Borden), che con il padre cercava fortuna nel West. Sulla strada per Custer, il padre viene però ucciso da dei banditi sotto gli occhi di tre ladri di cavalli, che stavano proprio pensando di rapinare la diligenza su cui viaggiavano i due. I tre sono “Bull” Stanley (Tom Santschi), “Spade” Allen (Frank Campeau) e Mike Costigan (J. Farrell MacDonald), i quali, commossi da ciò a cui hanno appena assistito, si offrono di  diventare guardie del corpo personali della ragazza e di trovarle addirittura un marito. La scelta ricadrà evidentemente su Dan, ma non tutto sarà così semplice, in quanto i loschi affari dello sceriffo di Custer Layne Hunter (Lou Tellegen) si metteranno in mezzo.

Con I tre birbanti (3 Bad Men, 1926), siamo in pieno territorio del fordismo più puro ed archetipico, quello che aveva già dispiegato il suo carattere più epico ne Il cavallo d’acciaio (The Iron Horse, 1924); qui lo si ritrova in una storia in cui sono presenti tutte le caratteristiche principali del regista, a partire dalla collocazione geografica, che non è solo sfondo ma anche causa dell’azione. Se Il cavallo d’acciaio avrebbe potuto svolgersi ovunque, purché in prossimità di una ferrovia e in presenza di un gruppo indigeno avverso alla novità, ne I tre birbanti il West non fornisce soltanto un teatro sul quale dispiegare le vicende dei personaggi, ma le giustifica, imprimendo in esse il suo movimento e il suo colore e garantendone le motivazioni psicologiche. I personaggi stessi sarebbero impensabili altrove: non esistono che in funzione di un ambiente, di un’epoca, di un clima generale, di un codice di comportamento, al centro di un momento capitale nella storia del West: le carovane di pionieri, il sorgere delle prime città in quelle zone e, appunto, le corse alla terra promosse dal governo (alcuni dei collaboratori del film presero parte a corse del genere ed erano in grado di ricordare dettagli che poi sono stati messi nel film).

La presenza degli elementi cari a Ford è già tutta qui, ad evidenza della lucidità con cui fosse in grado di esprimere la sua idea di cinema. I cattivi sono buoni e i buoni sono cattivi, lo sguardo umanista del regista esibisce gli abusi del potere ed elegge ad eroi gli elementi marginali della  società. Il processo di riassestamento morale di quelli che sono i tre protagonisti passa attraverso il sacrificio e l’abnegazione ad una causa, soluzione che, per l’irlandese cattolico Ford, è l’unica  attraverso la quale si può aspirare alla redenzione. La simpatia per i disadattati fa il paio con  un’altra delle ossessioni fordiane, ovvero l’andare a scrutare come un gruppo di persone si comporta nel momento in cui si ritrova in un luogo chiuso. La cittadina di Custer è stracolma di avventori dell’Est, talmente tanto che alcuni devono accamparsi fuori città in attesa dell’inizio della corsa. Fra i saloon e i locali, i settlers si conoscono e vanno a cementare rapporti che immaginiamo saranno fondamentali una volta addomesticata la nuova terra; in un ambiente così vivido, non c’è spazio per l’immobilismo e gli animi si infuocano riscaldati dal whiskey, partono confronti, discussioni e risentimenti personali che vanno necessariamente risolti ed abbandonati prima di partire per andare a conquistare il West. Come spesso accade in Ford, le persone sono riunite nell’attesa di qualcosa di grande – che sia una battaglia come ne Il massacro di Fort Apache (Fort Apache, 1948) o uno scontro risolutore come ne L’uomo che uccise Liberty Valance (The Man Who Shot Liberty Valance, 1962) – e questo evento finisce inevitabilmente per influire sui loro rapporti e sui loro temperamenti; in questo caso, si aspetta un nuovo nuovo mondo che, dopo la Guerra di Secessione e le campagne contro le popolazioni autoctone, dovrebbe finalmente portare a compimento quel forty acres and a mule promesso dal governo ad ogni cittadino. 
Che proprio così non sia andata Ford lo riconoscerà sei film più tardi, ma per adesso c’è il West da conquistare. 

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