MISSION: IMPOSSIBLE – THE FINAL RECKONING
Di Riccardo Morrone
«Con i re e i governanti della terra, che si sono costruiti mausolei, o con i principi, che hanno oro e riempiono le case d’argento»
Giobbe, 3:14
Quasi trent’anni fa, attorno ad un verso dell’Antico Testamento, si dipanava l’intreccio spionistico del primo Mission: Impossible (1996), firmato dal maestro Brian De Palma. Quasi trent’anni dopo, con Mission: Impossible – The Final Reckoning, Christopher McQuarrie e Tom Cruise portano a compimento l’ultimo, tribolato atto di un lungo viaggio, iniziato sul piccolo schermo a partire dall’omonima serie TV (1966-1973) creata da Bruce Geller. Anche in questo capitolo conclusivo ciò a cui non si può rinunciare è, come sempre, la centralità del corpo, all’interno di una lettura quasi in chiave morale del gesto fisico e dell’azione reale.
Dopo gli eventi di Mission: Impossible – Dead Reckoning (Christopher McQuarrie, 2023), l’Entità, un’intelligenza artificiale onnipotente e spietata, sta assumendo il controllo delle armi nucleari delle maggiori potenze mondiali e, una volta di più, l’ultima risorsa rimasta per fermare tale minaccia globale è l’agente Ethan Hunt (Tom Cruise): al fine di metterla fuori causa, egli dovrà immergersi nelle buie profondità dell’Artico e raggiungere ciò che resta del sottomarino russo Sevastopol, per poi inseguire e annientare definitivamente Gabriel (Esai Morales), fantasma del passato di Ethan ed emissario dell’Entità. Se il Mission: Impossible originale, grazie alla mano di De Palma, si distingueva come il più hitchcockiano degli spy movies e il secondo capitolo era di fatto un melodramma celato dagli eccessi propri dell’action d’inizio Millennio, qui assistiamo talvolta ad una deriva verso i tratti “rumorosi” e muscolari tipici della fantascienza d’azione anni Ottanta.
La parola chiave di The Final Reckoning è «timing», ovvero ciò che, ci viene detto, marca la differenza «tra un buon ladro e uno eccezionale». Infatti, la sopravvivenza della razza umana dipende proprio da un’azione da compiersi in un lasso di tempo ristrettissimo, 100 millisecondi, vale a dire “un batter di ciglia”: Hunt e il suo team sono allora chiamati a compiere l’ennesima impresa eccezionale, una vera e propria corsa contro il tempo (una sintesi, questa, che sarebbe valida per l’intera saga). Ecco che, però, è il film stesso che fatica a trovare il timing corretto, intorpidito com’è dalla sovrabbondanza di personaggi e parole, mentre l’azione è relegata a due macro-sequenze principali: una subacquea – laconica e mirabile, ma fin troppo estesa – ed un’altra aerea, a bordo di due biplani, meno potente e affilata. È difficile, dunque, soprassedere rispetto alla disomogeneità di un montaggio macchinoso, in cui il ricorso sistematico a sommari, flashback ingombranti ed estratti dai capitoli precedenti porta ad una generale rarefazione della carica adrenalinica dell’azione. Certo, il dispositivo narrativo è sempre stato subordinato alla dinamica dell’azione, ma qui l’azione è a sua volta subordinata all’etica del protagonista e, in maniera ancor più specifica, a quella della star che lo interpreta.
Da sempre il volto e il timoniere della saga di Mission: Impossible (dentro e fuori i confini della finzione narrativa), Tom Cruise sembra giungere in questa sede ad un’assoluta identificazione con l’eroe Ethan Hunt. Ma non solo Cruise è Hunt e viceversa, soprattutto la sua anima e il suo corpo rappresentano – in maniera più limpida che mai – il nucleo fondamentale dell’intera operazione, su tutti i livelli: preceduto da un’introduzione in cui l’attore si rivolge direttamente al pubblico, The Final Reckoning è allora la definitiva esplicitazione della granitica idea di cinema di Cruise, il vertice di un discorso autoriale (si, autoriale!) già ampiamente sviluppato in Top Gun: Maverick (Joseph Kosinski, 2022) e teso all’esaltazione della materialità, del tangibile, del gesto come espressione dell’imperfezione umana e, soprattutto, della dimensione corporea e analogica come reazione alla fredda evanescenza del virtuale. E ciò lo si può riscontrare perfettamente nel personaggio di Ethan Hunt e nel suo titanismo ai limiti del messianico. Sia che il suo corpo galleggi nudo nei gelidi abissi del mare del Nord o che la sua chioma svolazzi mentre è appeso ad un biplano a decine di metri dal suolo, la consistenza delle immagini pare essere attraversata in modo alquanto evidente da una vera e propria componente cristologica in salsa Scientology, sottolineata a più riprese dai codici narrativi (la chiave cruciforme, lo scontro con l’Anti-God e la presenza di Grace, per citarne alcuni).
Insomma, The Final Reckoning pretenderebbe di essere l’apice di una saga trentennale, ma qualitativamente di certo non lo è – sono lontani i picchi della gestione McQuarrie – e, se prendiamo in esame il dittico che compone assieme a Dead Reckoning, risulta anche una chiosa un tantino fredda e anticlimatica. Rimane però un’opera che bada in certo qual modo alla continuità e, soprattutto, rappresenta il punto di definitiva convergenza tra Ethan Hunt e il suo interprete, collocandosi con coerenza e asimmetrica chiarezza nel percorso di Tom Cruise ancor prima che in quello di Mission: Impossible, una saga che è sempre stata, con ogni evidenza, precisa emanazione della sua levatura divistica.
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