N6 2025

PATERNAL LEAVE

Di Gianluca Meotti

L’aveva già capito Ulrich Seidl che la riviera romagnola d’inverno, con i suoi ambienti e i suoi colori, è capace di creare situazioni che stimolano significati altri rispetto alla tipica narrazione di questi luoghi. Nel suo Rimini (2022), il crooner di mezz’età Richie Bravo si aggira fra bagni deserti per la bassa stagione, cantando per turisti  nordeuropei in vacanza in Italia per godersi il mare d’inverno. E Alissa Jung (che con Seidl ha un legame idiomatico) pesca a piene mani da quell’immaginario per il suo primo film, corredandolo di una fotografia gelida squarciata da strutture ludiche per bambine coloratissime.

Leo (Juli Grabenhenrich, in un’ottima prima prova davanti alla macchina da presa) viaggia con un taccuino pieno di domande che esige di porre a suo padre. Un padre, Paolo (un Luca Marinelli bilingue), che non l’ha vista crescere e che lei, facendo fede ai racconti della madre, ha sempre creduto morto, ma che ora è diventato oggetto dell’interrogatorio di una figlia che ha i “perché” di una vita intera messi nero su bianco su quel taccuino. Arrivata via treno dalla Germania nella riviera romagnola, dove il padre gestisce un bagno, piomba nella vita dell’uomo facendo conoscenza della sua nuova famiglia (fra cui una bambina, sorellastra di Leo) e provando a capire se quel rapporto che non c’è mai stato possa finalmente sbocciare.

L’ambiente è l’elemento che più di tutti rende Paternal Leave quello che è. Gestisce i sentimenti e le reazioni dei protagonisti, suggerisce il tono emotivo di tutto il film e non concede a nessun altro elemento di sopraffarlo,  nemmeno alla sua regista. Ed è proprio questo essenzialmente il nodo attorno al quale il primo film di Alissa Jung si attanaglia. La resa formale è eccellente, mai grossolana o volgare, e riesce a costruire immagini strutturate utilizzando la poca luce “brillante”che l’Italia nord-orientale offre nei mesi più freddi. È chiaro che la regista sia capace di entrare in dialogo con gli spazi per ottenere il risultato estetico che ha in mente, sa sempre dove mettere un punto di colore per bilanciare l’inquadratura e non renderla mai monotona o piatta, riesce a giocare molto bene con i contrasti cromatici per restituire una dinamicità visiva ad un racconto che è fatto di tempi dilatati. Ma non riesce mai a soverchiare l’anima degli spazi, per piegarla a quello che è il suo fine. 

Leo è una bionda ragazzina androgina e angelica, dietro il cui volto si nascondono anni di rabbia repressa per essere cresciuta senza un padre, il quale non appena la vede vorrebbe sbarazzarsene al più presto. Il materiale drammatico è tutto lì da vedere. Eppure, ogni volta che Leo sta per esplodere o quando potrebbe mettere in crisi Paolo, sembra invece raffreddarsi, fermata nella sua ira da uno sguardo compassionevole o una parola recitata con tono ironico (dal personaggio stesso, non da Marinelli). Il film poi sceglie, coraggiosamente, di non prendere una posizione netta fra i due protagonisti.

Lo sguardo che la regista rivolge a Paolo, reo di aver abbandonato una figlia, è tutto fuorché accusatorio tout court. Il suo fuggire da una famiglia è stato frutto dell’inadeguatezza del diventare genitore ventenne; ma anche questa questione è affidata ad una sbrigativa discussione in macchina, in cui si sente l’obbligo di raccontare la versione di lui ma non la volontà. È come se i venti gelidi di gennaio prevenissero i protagonisti dal tirare fuori tutto, scelta consapevole, certo, ma non riuscita pienamente quando quei pochi attacchi che vanno a segno vengono portati in punta di fioretto. 

Non priva di evidenti pregi (come la fotografia di Carolina Steinbrecher), Paternal Leave risulta essere un’opera che ha forse maggior possibilità di essere apprezzata da chi può ritrovarsi in un tipo di esperienza simile a quella narrata, ma che non riesce a raggiungere quella disamina di carattere universale – su elementi come genitorialità forzata e sull’essere figli soli – che sembra prefiggersi.

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