SCOMODE VERITÀ
di Gianluca Meotti
Le dure verità (Hard Truths è il titolo originale del film del 2024) che Pansy (Marianne Jean-Baptiste, già protagonista per Mike Leigh in Segreti e Bugie [Secrets & Lies, 1996]) non ha mai accettato l’hanno portata ad essere ciò che è diventata oggi, una donna che vive nel panico costante, che si sveglia ogni volta con urla di glaciale paura, ma che non riesce a trattare in modo umano nessuna delle persone che entrano in contatto con lei. Insulta, urla, minaccia, mistifica, inveisce, insulta, attacca, graffia, sputa giudizi, accusa e insulta ogni povera vittima che le capita sotto tiro, meccanismo di difesa portato alle estreme conseguenze che la rende indesiderabile a quelle che dovrebbero essere le persone a lei care, a partire dal marito idraulico Curtley (David Webber) e dal figlio in processo di diventare un hikikomori Moses (Tuwaine Barrett), che subiscono costantemente le angherie della donna in una casa priva di empatia, dove sono assoggettati agli umori labili di Pansy. Ma il sangue caldo della donna non si raffredda fuori dalle mura domestiche: in un negozio di divani, quando una commessa si stufa degli insulti della donna, questa va a chiamare il suo superiore, così che Pansy possa presentare a lui i suoi richiami; Pansy, invece di rendere conto delle sue azioni, fugge. Scende le scale del negozio con furtività felina, annullando con il corpo tutto quell’atteggiamento spavaldo e pronto allo scontro di cui fino ad ora aveva fatto sfoggio.
Ed è qui, per la prima volta dall’inizio del film, che Leigh offre un altro sguardo sulla sua protagonista. Inizialmente livorosa signora di mezz’età, con i suoi eccessi d’ira che diventano anche risibili data la portata pressapochista delle sentenze, si rivela essere una donna sprofondata oltre l’orlo della crisi di nervi. D’ora in poi, la commedia grottesca cede il passo ad un dramma familiare molto più cupo e carico di recriminazioni personali, dal quale Pansy non trova uscita; l’unica persona che sembra non patire troppo il suo carattere è la sorella Chantelle (Michele Austin), diametralmente opposta rispetto a lei, donna solare e piena di vita e forte di un rapporto con le due figlie (uniche componenti del suo nucleo) nel quale è impossibile riscontrare il freddo rapporto fra Pansy, Curtley e Moses.
Con quest’operazione, Leigh riesce in uno dei compiti più passibili di fallimento nel cinema moderno: la creazione di un personaggio dubbio, né bianco né nero, colui che non spiega pedissequamente tutte le sue motivazioni, ma al massimo le fa intuire, consapevole che il lavoro di ricostruzione completa non è del cineasta, ma del pubblico. La natura del dramma interiore di Pansy è suggerita nei (intelligentemente) pochi momenti in cui rimane da sola, momenti che spesso sono legati al letto, rifugio-limbo in età adulta a metà strada fra culla e placenta, dove si libera alla paura (le urla e i violenti scossoni al risveglio) e ad una non diagnosticata depressione.
È sempre in una camera da letto dove le verità nascoste verranno fuori, a casa di Chantelle, dove ha luogo una veglia per la Festa della Mamma con entrambe le famiglie presenti; è tutto un gioco di specchi che Leigh tiene ad evidenziare anche visivamente, con una lunga inquadratura ferma dove i sei attori assumono pose molto plastiche in un film in cui, altrimenti, è un cauto naturalismo formale a dettare le regole estetiche.
Un film cassavetessiano come questo può fregiarsi di tale paragone anche grazie alla sua stupenda interprete. Marianne Jean-Baptiste offre una prova tutta incentrata attorno alla mimica facciale, usando le rughe come strumento intimidatorio e costruendo col suo volto tutta la vita di un personaggio carico di traguardi non raggiunti ed obbiettivi inattesi. Il suo camminare caracollante ruba anche lo spazio degli altri, come se avesse paura che qualcuno invadesse il suo, muovendosi così prima lei, decisa a conquistarsi ogni centimetro come se questo le restituisse quel senso di libertà che non ha mai avuto.
Leigh costruisce il film interamente attorno alla sua protagonista, mettendola al centro con i suoi tratti più disfunzionali e repellenti. Giocando sottilmente con una comicità che non offusca la narrazione, il personaggio di Pansy non diventa mai indigesto, ma stimola compassione e pietà che non rimangono prive di condanna morale.
Lascia un commento