SALVATE IL SOLDATO RYAN
Di Miriam Padovan

Salvate il soldato Ryan (Saving Private Ryan), diretto da Steven Spielberg e uscito nel 1998, è una pietra miliare del cinema di guerra, un’opera che ha ridefinito la rappresentazione del conflitto armato sullo schermo. Ambientato durante la Seconda guerra mondiale, il film racconta la missione di un gruppo di soldati americani incaricati di trovare e salvare il paracadutista James Francis Ryan (Matt Damon), ultimo sopravvissuto di quattro fratelli caduti in battaglia. Con una regia innovativa e un’attenzione maniacale al dettaglio storico, Spielberg ci conduce nel cuore del D-Day e oltre, con un realismo disturbante e una narrazione moralmente ambigua che invita alla riflessione sul senso della guerra, del sacrificio e della memoria.
Il realismo senza precedenti del D-Day
La sequenza iniziale dello sbarco a Omaha Beach è unanimemente considerata uno dei momenti più intensi e realistici mai rappresentati nel cinema di guerra. Secondo il critico Richard T. Jameson, il film somministra “la più potente lezione di guerra vicaria mai tentata da un film hollywoodiano mainstream”. Il caos della battaglia, il fragore assordante, i corpi mutilati e la confusione dei comandi trasportano lo spettatore in un’esperienza sensoriale totale, che non glorifica il combattimento ma lo rende carne viva, spavento, carneficina. Questo approccio crudo si rifà a una lunga tradizione cinematografica che include film come All’ovest niente di nuovo (All Quiet on the Western Front, Lewis Milestone, 1930), Bataan (Tay Garnett, 1943) e Il grande uno rosso (The Big Red One, Samuel Fuller, 1980). Tuttavia, Spielberg introduce una dimensione nuova: l’empatia istantanea, il dolore condiviso attraverso il punto di vista del capitano Miller (Tom Hanks), il cui tremore alla mano è il primo sintomo visibile dello shock da combattimento.

La missione e la questione morale
Il nucleo narrativo del film – salvare un solo uomo per restituirlo alla madre – è volutamente controverso. La domanda è: vale la pena sacrificare otto uomini per salvarne uno? La sceneggiatura non offre risposte facili. Le reazioni dei personaggi variano, oscillando tra cinismo, rabbia e accettazione. In una delle scene più intense, il sergente Horvath (Tom Sizemore) dice che forse questa è “l’unica cosa decente che abbiamo fatto in tutta questa maledetta guerra”. Il film è un’ode alla responsabilità morale e personale. Miller, maestro di scuola nella vita civile, incarna l’intellettuale trasformato in leader bellico, il quale chiede a Ryan di “meritarsi” il sacrificio. Ma il concetto di “meritare” la sopravvivenza è eticamente ambiguo e carico di angoscia esistenziale, come dimostra l’inquadratura finale sull’anziano Ryan che chiede alla moglie: “Dimmi che sono stato un brav’uomo”.

Gli archetipi della Seconda Guerra Mondiale
Spielberg rievoca deliberatamente i cliché del film bellico classico – il gruppo eterogeneo composto da un ebreo, un italoamericano, un contadino, un intellettuale, un religioso – ma lo fa per decostruirli. Questi uomini non sono eroi, bensì individui ordinari costretti a confrontarsi con l’orrore e l’assurdità della guerra. In questo senso, Salvate il soldato Ryan è al contempo una celebrazione e una disillusione del mito della “Good War”. La rappresentazione dell’inimicizia con il nemico è altrettanto ambigua. In una scena scioccante, i soldati americani uccidono soldati tedeschi che cercano di arrendersi. Questo atto non è giustificato né condannato; semplicemente, viene mostrato come parte del logoramento umano. La guerra non è solo eroismo e sacrificio, ma anche brutalità e vendetta.

Il trauma e la memoria
Il film è incorniciato da una sequenza ambientata nel presente, in cui un anziano Ryan visita la tomba del capitano Miller in Normandia. Questa struttura narrativa ha ricevuto critiche contrastanti: per alcuni è un elemento melodrammatico, per altri un modo efficace di ancorare il racconto alla memoria collettiva. Eliot Cohen, storico militare, osserva che la pellicola non offre vie di fuga né moralismi semplici. Miller è un grande leader, ma il suo comando ha causato morti inutili. I sopravvissuti non sanno se le loro azioni siano state giuste. Persino la scena dell’ufficio del generale Marshall (Harve Presnell), che decide di salvare Ryan, mostra un esercito umano, compassionevole, ma anche strategico e freddo.
Il simbolismo del sacrificio
La salvezza di un uomo rappresenta un sacrificio collettivo, carico di significato simbolico. Ma il film non si ferma alla rappresentazione del sacrificio militare: si interroga su come vivere dopo aver ricevuto quel dono. Ryan non può dimenticare ciò che è stato fatto per lui, e la sua domanda finale – “Dimmi che sono stato un brav’uomo” – è rivolta non solo alla moglie, ma anche a noi spettatori. Spielberg ci chiede: cosa abbiamo fatto, come individui e come società, per essere degni di quel sacrificio? In un’epoca in cui la memoria storica si sfalda e il patriottismo si trasforma in marketing, Salvate il soldato Ryan diventa un’opera che rievoca non solo il passato, ma una crisi dell’identità americana contemporanea.
La ricezione critica e il contesto culturale
La reazione del pubblico fu potente: veterani in lacrime, sale in silenzio, discussioni politiche sulla rappresentazione della guerra. Tuttavia, i critici furono divisi. Alcuni, come Louis Menand, accusarono il film di glorificare la guerra e l’“americanismo”. Altri, come Charles Krauthammer, risposero che la Seconda guerra mondiale “si giustifica da sé”. La lettura più incisiva arriva da Catherine Gunther Kodat, che interpreta il film come parte di una più ampia ideologia neoliberale post-Reagan, dove il sacrificio individuale è visto come un investimento da “riscattare” nel presente. La scena finale al cimitero, con la famiglia americana in abiti turistici, rappresenta una memoria addomesticata, consumabile, che rischia di ridurre l’eroismo a cartolina.

Conclusioni
Salvate il soldato Ryan è più di un film di guerra: è un’opera stratificata, dolorosa e lucida, che riflette sulla natura del sacrificio, sulla costruzione della memoria, e sull’ambigua moralità del dovere. Non offre risposte facili, ma lascia lo spettatore con domande eterne: cosa significa essere un “buon uomo”? Chi decide il valore di una vita salvata rispetto a una perduta? E come possiamo ricordare senza banalizzare? Spielberg riesce, attraverso un linguaggio cinematografico potente e umanamente coinvolgente, a trasformare la retorica patriottica in una meditazione esistenziale sulla guerra. Il risultato è un film che rimane nel cuore e nella coscienza, anche molto tempo dopo i titoli di coda.

Bibliografia
∙ Cohen, Eliot. “What Combat Does to Man: Private Ryan and its Critics.” The National Interest, Winter 1998/99.
∙ Jameson, Richard T. “Saving Private Ryan.” JSTOR Daily, 1998.
∙ Kodat, Catherine Gunther. “Saving Private Property: Steven Spielberg’s American DreamWorks.” Representations, n. 71, Summer 2000.
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