UNGHERIA: LAND OF OPPORTUNITIES (CHE COSTANO POCO)

This entry is part 33 of 35 in the series N8 2025

APPROFONDIMENTI

Di Gianluca Meotti

Come è riuscito Brady Corbet a girare il suo The Brutalist (2024), un film storico di tre ore e mezza in pellicola con Adrien Brody e Guy Pearce, con un budget che si aggira fra i sei e gli otto milioni di dollari? Corbet stesso precisa che per riuscirci si è resa necessaria un’attenta gestione dei costi e una decisione su tutte le fasi del processo che permettesse di calcolare le spese al centesimo, ma c’è di più. C’è un paese che da più di vent’anni attira a sé le grandi (ma anche quelle piccole evidentemente, com’è il caso di The Brutalist) produzioni americane a girare sul suo suolo e dove viene garantito un rimborso del 30%: l’Ungheria. Solo negli ultimi anni, vi sono stati girati film come Dune (2021) di Denis Villeneuve, Maria (2024) di Pablo Larraín, Povere creature! (Poor Things, 2023) di Yorgos Lanthimos e Sopravvissuto – The Martian (The Martian, 2015) di Ridley Scott. Per comprendere la mole di denaro investito, basti pensare che rispetto a quattro anni fa la spesa diretta annuale per le produzioni cinematografiche in Ungheria è quintuplicata, arrivando a 910 milioni di dollari investiti; ed è anche in virtù di questo che il contributo statale alle case di produzione estere e non è stato rinnovato fino al 2030.

Ma cosa rende tanto diversa l’Ungheria rispetto ad altri paesi europei? Per quale motivo, nonostante la presenza di sgravi fiscali in altre nazioni, i grandi blockbuster scelgono sempre gli studi ungheresi? Per prima cosa, va spiegato che cos’è il tax credit (la misura che invece adottano molti altri stati europei, fra cui l’Italia) e in cosa si differenzia dal rimborso sulle spese dirette. Il tax credit, o credito d’imposta, è un’agevolazione fiscale che consente a un’impresa o a un contribuente di pagare meno tasse grazie a un credito riconosciuto dallo Stato, di solito in proporzione a determinate spese sostenute. Per quanto riguarda l’Italia, questo sistema venne introdotto nel 2008, per poi essere esteso e potenziato nel 2016 dall’allora ministro della cultura Dario Franceschini; sostanzialmente è una manovra per restituire una parte del capitale investito sotto forma di credito fiscale, e in Italia si aggira fra il 20-40% a seconda delle casistiche.

D’altro canto, in Ungheria il 30% del capitale investito viene restituito cash, un rimborso diretto sulle spese fatte all’interno del paese. Già così l’ago della convenienza si sbilancia sul lato ungherese, ma a ciò va anche aggiunto che le spese giornaliere del set (trasporti, affitti di location, pasti per cast e troupe, affitti sulle attrezzature, cachet delle comparse) risultano essere molto più basse che in molti altri paesi d’Europa; riprendendo le parole di Brady Corbet in un’intervista con Deadline, «Stavamo girando in un paese dove le cose costavano quello che realmente dovrebbero costare [..] A New York avremmo speso un milione di dollari solo per i trasporti». A tutto ciò va anche aggiunta la rapidità burocratica con cui vengono esaminate e approvate le richieste di rimborsi e l’enorme varietà di paesaggi e panorami presenti in Ungheria, perfetti per ricreare la Londra steampunk di Povere creature! oppure l’Arrakis nella saga di Dune.

Questa presenza massiccia di produzioni straniere in Ungheria non si è rivelata positiva solo per le tasche degli studios, ma anche per tutto il sistema cinematografico ungherese, il quale ha conosciuto un periodo di altissima professionalizzazione portata in dote dai registi di Hollywood; se è vero, infatti, che il governo ungherese garantisce enormi sgravi fiscali, è altrettanto vero che domanda alle produzioni straniere l’impiego di maestranze e figurazioni del posto, risultando in riconoscimenti internazionali come l’Oscar alla miglior scenografia vinto nel 2022 da Zsuzsanna Sipos per Dune.

Ma non tutti sembrano essere ugualmente entusiasti delle tendenze produttive delle case di produzione americane. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump qualche mese fa aveva annunciato – ritornando poi alla carica sul finire dell’estate – che avrebbe applicato dazi del 100% su tutti i film che non fossero stati prodotti sul suolo americano, anche se di registi o produttori statunitensi. L’inquilino della Casa Bianca si era anche affidato al premio Oscar Jon Voight per risolvere la “morte rapida” a cui stava andando incontro l’industria. Ad oggi, fortunatamente, non si registrano nuove iniziative di nazionalismo cinematografico da parte di Trump, ed è un bene, in quanto sono svariate le produzioni tutt’ora in corso in Ungheria (Dune: Messiah, per citare il più importante), ma non solo.

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  • Studente DAMS di giorno; per il resto cinema, film e pellicole cinematografiche. Nella sua testa c’è sempre un piccolo Marshall McLuhan che gli dà ragione.


     

     

     

     

     

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