FIL ROUGE : I BAMBINI NEL CINEMA
Di Gianluca Meotti
Cosa c’è di più bello e magico che, da bambini, vivere a due passi da Disney World e passare la propria estate a giocare con i propri amichetti, senza orari e senza nessuno che vi metta paletti di alcun tipo? Apparentemente nulla, soprattutto se ciò ti permette di non vedere quello che è realmente il contesto socioeconomico in cui vivi. Questo è lo sguardo che adotta Sean Baker in Un sogno chiamato Florida (The Florida Project, 2017), il film che lo rivela ad un pubblico più ampio, pur rimanendo all’interno del cinema indie, e che lo proietta fra i registi più importanti della sua generazione.

La piccola Moonee (Brooklynn Prince) vive con la madre Halley (Bria Vinaite) in un motel di Orlando, poco distante da Disney World, dove risiedono famiglie squattrinate e hustlers di vario tipo. Insieme ai suoi amichetti Scooty (Christopher Rivera) e Jancey (Valeria Cotto), trascorre l’estate dei suoi sette anni fra dispetti al custode del motel Bobby (Willem Dafoe) e giochi nella periferia un po’ redneck della florida.
Baker sceglie lo sguardo dei bambini come filtro attraverso cui raccontare una realtà fatta di madri single che faticano a pagare la retta settimanale del motel e di continui stratagemmi per sbarcare il lunario. La sua, però, è una scelta ancora più radicale: responsabilizza completamente i piccoli attori, rendendoli il fulcro su cui poggia l’intero film. È grazie a loro che il regista riesce a condensare le molte spinte emotive che attraversano la storia, evitando che tracimino in eccessi melodrammatici. Anche nel finale, dove Baker cambia registro linguistico, passando a riprendere la scena a mano con un iPhone, il regista raggiunge un climax emotivo potentissimo, ma sempre controllato; questo equilibrio è il frutto della fiducia e della sicurezza infuse ai bambini durante il lavoro con loro.
La dolcezza e l’innocenza con cui Baker riesce a raccontare queste vite — letteralmente ai margini dell’America sfarzosa e ricca che si riversa a Orlando per visitare Disney World, e che diventa a sua volta preda di rapine e raggiri da parte dei locals — sono direttamente proporzionali alla passione con cui viene liberata l’anarchia dei bambini in scena, rendendoli padroni della storia e capaci di tutto. Li unisce la condivisione di condizioni di vita avverse e la loro non conformità alle regole di una società che sembra aver già deciso il loro destino. Che si tratti di racimolare i soldi per un gelato da dividersi, una leccata ciascuno finché non finisce, o di “giocare” a dare fuoco a una casa, l’importante è che lo facciano insieme, non perché siano consapevoli della vita non proprio agiata in cui sono capitati (quello è un problema degli adulti, sia di quelli che ci vivono sia di quelli che guardano), ma perché è la risposta più naturale al ritrovarsi come vicini di casa.

Attorno ai suoi piccoli protagonisti, Baker realizza un lavoro di set design molto curato, tramite l’uso in scena di palazzi colorati, negozi dalle architetture fiabesche, case disabitate che sembrano castelli abbandonati e il paesaggio paludoso della Orange County, riuscendo con ulteriore successo a creare il mondo fantastico in cui sembrano essere immersi i piccoli e che diventa a sua volta un protagonista della storia, sia per l’attenzione riservatagli dal regista che per l’intensità con cui condiziona le vite di tutti i personaggi.
Un sogno chiamato Florida è un film molto più vasto di quanto i suoi 115 minuti facciano intendere, un film che è espressione massima di cinema sociale americano fatto da un americano e che diventa contenitore di tutti i temi e soluzioni stilistiche del suo autore; tanto che, se volessimo giocare con la fantasia come Moonee e i suoi amichetti, potremmo dire che sia il prequel dell’ultimo Anora (2024), dove il personaggio di Mikey Madison è una versione cresciuta della stessa Moonee; oppure, con ancora maggior audacia, potremmo dire che questo sia il sequel dell’ultima Palma d’Oro, con Halley che in realtà è Ani fuggita da New York e dal freddo che tanto odiava, per andarsi a rifugiare sotto il sole caldo della Florida.
Potremmo dirlo, perché no?

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