FIL ROUGE: CINE-PARANOIA
La paranoia scaturita dalla Legge di Murphy
di Alessia Vannini

C’è qualcosa di speciale ed inspiegabilmente attraente in tutti quei film che vedono come protagonisti degli uomini soccombere ai loro problemi e perdere del tutto la lucidità durante una giornata terribilmente afosa. Come i dodici uomini arrabbiati di Sidney Lumet, il protagonista di Un giorno di ordinaria follia (Falling Down, 1993) di Joel Schumacher, interpretato da uno straordinario Michael Douglas, si trova a dover affrontare una serie di eventi spiacevoli che finiranno per fargli perdere la pazienza, diventando ancora più mentalmente instabile di quanto già non fosse.
Intenzionato ad arrivare a casa per il compleanno della figlia nonostante l’ordine restrittivo impostogli nei confronti della piccola e della sua ex moglie, William Foster – recentemente licenziato da un’azienda che costruisce missili per il Dipartimento della Difesa perché considerato “obsoleto” – secondo l’infallibile Legge di Murphy, nel suo tragitto verso casa incappa in una concatenazione di circostanze che lo faranno uscire completamente di testa: rimane bloccato nel traffico; un commerciante che nemmeno parla la lingua del Paese in cui vive impone prezzi esageratamente elevati ai suoi articoli; si imbatte in dei gangsters che reclamano il territorio in cui lui si trova come loro; si reca in un fast food per ordinare la colazione, che gli viene negata perché hanno smesso di servirla da pochi minuti; un uomo si lamenta con lui sostenendo che stia occupando troppo a lungo una cabina telefonica a gettoni; un nostalgico redneck nazifascista sostiene che loro due siano “uguali”, cosa che lo manda letteralmente su di giri.

“Ho superato il punto di non ritorno. Lo sai qual è? È il punto in cui, in un viaggio, è più conveniente proseguire… che tornare indietro.”


Insomma, per tutte queste ragioni e svariate altre, l’uomo raggiunge un punto di non ritorno e decide a tutti i costi di arrivare a casa per il compleanno della figlia, non importa con quanta violenza dovrà farsi strada. Parallelamente alle sue vicissitudini si sviluppa la storia di Martin Prendergast — interpretato dall’eccellente Robert Duvall, che ci ha recentemente lasciati — un sergente del dipartimento di polizia di Los Angeles al suo ultimo giorno di servizio prima della pensione. Animato da un’inspiegabile sindrome dell’eroe, volendo catturare il criminale e scendere così sul campo per la sua prima ed ultima volta in tutti i suoi anni di servizio, Prendergast si mette sulle tracce dell’uomo, che realizza in seguito di aver incontrato la mattina stessa quando questi era sceso dalla sua automobile lasciandola sulla carreggiata e la cui peculiare targa “D-Fens” aveva catturato la sua attenzione.


Mentre William vorrebbe solo riabbracciare la figlia e tornare con la ex moglie che chiama compulsivamente, Prendergast, invece, finalmente sul campo e dedito a catturare il criminale a piede libero, viene tartassato di telefonate dalla moglie che vorrebbe che lui tornasse a casa da lei quanto prima possibile. Dalle interazioni a telefono e dalle successive confessioni del sergente con una collega e con lo stesso William, apprendiamo che Martin e la moglie hanno perso la loro figlia alla tenera età di due anni.


I due coprotagonisti, quindi, in una dinamica dialettica per cui si somigliano molto e vivono al contempo due vite diametralmente opposte, in un crescendo di frustrazione giungono alla resa dei conti finale, in uno showdown al mezzogiorno in pieno stile western, un po’ à la Pat Garrett & Billy the Kid (Sam Peckinpah, 1973). Il climax verrà raggiunto nei minuti finali del film, in una situazione antitetica al last-minute rescue tipico dei film western, nell’iconica ambientazione del pontile di Venice Beach. Qui, William “D-Fens” soccomberà alla sua paranoia ed annegherà nel suo oceano di violenza.

Omnes enim qui acceperint gladium, gladio peribunt.
Chi di spada ferisce, di spada perisce.

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