NUOVE USCITE
di Gianluca Meotti

Nel secondo film di Laura Samani, la prima e l’ultima scena sono speculari, come a sintetizzare con due piani sequenza il cambiamento copernicano che la svedese Fred ha compiuto nei suoi mesi di scuola italiana. Il film si apre con una ripresa continua che attraversa una strada, salendo delle scale fino a scoprire la facciata dell’ITIS Marie Curie di Trieste; e allo stesso modo si chiude, però al contrario, uscendo dall’istituto per rifare le scale e poi la strada e poi il futuro.
Nella prima sequenza vediamo tutto con gli occhi della ragazza, che è spaventata dal dover passare il suo ultimo anno di scuola in un istituto solamente maschile; al contrario, sul finale le passeggiamo accanto: la camera la accompagna fintanto che non riesce più a starle dietro, come se quell’arbusto chiuso e gelido del Nord avesse imparato a gestire il vento di Trieste e a lasciarsi spingere da esso verso un futuro che non lo spaventa più.
E una delle cose migliori di questo straordinario (piccolo) affresco sull’adolescenza, la cui estromissione dal concorso dell’ultima Mostra del cinema di Venezia è stata una delle più grandi sviste della manifestazione, è che riesce a costruire qualcosa di densissimo fra questi due momenti, un senso costante e endemico di emozioni in divenire, corpi che crescono e maturano come dei kiwi vicino ad una mela.
Trasferitasi dalla Svezia a seguito del padre, Fred (Stella Wendick) si trova in una quinta superiore di un ITIS a Trieste. L’istituto è esclusivamente maschile e la ragazza avrà più di qualche difficoltà ad adattarsi, fino all’incontro con tre compagni di classe: Pasini (Pietro Giustolisi), Mitis (Samuel Volturno) e Antero (Giacomo Covi, premiato a Venezia come miglior attore in Orizzonti), con il quale Fred svilupperà il rapporto più profondo. L’allargamento del terzetto a quartetto porta a galla squilibri figli dello scontro tra confusi sentimenti di potenza adolescenziale e il senso di fratellanza, che si vuole sia più forte di qualsiasi intrusione esterna.
Tratto da un racconto del 1929 e ambientato quasi cento anni dopo, nel 2007, il film di Laura Samani, che in quell’anno faceva essa stessa la maturità, si discosta dalle atmosfere del fantasy friulano di Piccolo corpo (2021) per offrire un coming-of-age dalla struttura classica, che rivela tutti i suoi pregi nelle dinamiche tra i personaggi e nel modo in cui la regista li fa muovere, litigare, amare, odiare, ubriacare e ancora litigare. I quattro protagonisti sono tutti esordienti e privi di pregresse esperienze di recitazione (tranne Wendick, che quando è stata scelta per il film era iscritta ad un’accademia di recitazione), il che dà al film un grado di realismo che non sfocia mai nel documentaristico (qui si vede il lavoro con gli attori della regista) e che permette di restituire in maniera estremamente coinvolgente le sensazioni fisiche e psicologiche di quello che significa essere sconvolti dall’incontro con l’altro quando si ha diciassette anni.
Questo forse è l’elemento che più colpisce di tutto il film: la capacità cioè della regista di saper sempre come mettere in scena i momenti più intimi fra i suoi personaggi e, soprattutto, di connotare ognuno di loro con uno spirito unico e diverso, restituendo non tanto le grandi botte emotive tipiche del genere e di quell’età, ma piuttosto le sfumature, le sensazioni tattili, le piccole malinconie e i piccoli dolori. Due scene sono particolarmente significative per intendere come Samani sia riuscita a eliminare tutto il superfluo per raccontare questa storia di educazione sentimentale. La prima, verso l’inizio, vede Fred venir derubata dei suoi vestiti dai compagni dopo essersi fatta una doccia negli spogliatoi della scuola. La ragazza è amareggiata ed è costretta a tornare a casa con solo un asciugamano addosso. La regista segue la sua camminata fuori da scuola: lei non parla, ma viene osservata dagli altri studenti, e la sua oggettificazione da parte dei compagni raggiunge qui il livello più alto del film. È una scena durissima da guardare; si ha costantemente la sensazione che quell’asciugamano possa, prima o poi, esserle strappato di dosso, peggiorando ancora tutto. La seconda è una scena dai toni completamente opposti, in cui Fred e Antero fanno sesso per la prima volta, e dove Laura Samani fa sentire tutto il suo amore per questi personaggi. I due si baciano dolcemente e si svestono, mentre i loro corpi sembrano fondersi l’uno nell’altro con la naturalezza di chi è destinato ad amarsi.

Ma la consapevolezza cinematografica di Samani qui va oltre le sue capacità nel dirigere gli attori o di filmarne i corpi; tecnicamente, infatti, si avvale di tutta una serie di soluzioni registiche, quasi altmaniane, che favoriscono il generale senso di flusso della narrazione; e insieme alla pastosa e calda – persino nell’inverno triestino – fotografia di Inès Tabarin, allestisce una sequela di zoom, dolly e piani sequenza, che compiono linguisticamente ciò che i personaggi sono un po’ spaventati di fare: muoversi in avanti, andare incontro al proprio futuro e ad una vita che li separerà (chi a Bologna, chi a Firenze, chi ancora in quinta superiore).
Come detto, Samani non inventa niente e questo non è assolutamente un film di “sceneggiatura”, ma di sensazioni e corpi che si intrecciano e che non sanno esprimere le pulsioni telluriche della gelosia, dell’amicizia fraterna e del desiderio in maniera chiara; in questa confusione di passioni, la regista non perde mai le fila del racconto e non reputa mai nessuno dei suoi protagonisti valevole di maggior attenzione o compassione, ma si spende alla realizzazione di un quadro d’insieme del tribolato mondo scolastico e di quelle dinamiche istituzionalizzanti che in esso si vanno a scontrare, con tutta la forza dirompente di singole personalità in divenire.
Una seconda opera con tanta umanità, passione, desiderio e divertimento, che ha il grande merito di rendere la propria regista una figura non incasellata in un determinato tipo di lavori o di sguardi.

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