APPROFONDIMENTI
Come Nolan e Pascoli hanno riscritto l’Odissea
In un’epoca di magia apparente: questo l’incipit dell’ultimo film di Christopher Nolan, L’Odissea, in sala da appena tre settimane. Una pellicola che, al netto di critiche o encomi assoluti su cui non mi soffermerò in questa sede, rimaneggia i versi di Omero offrendosi a interessanti interpretazioni.
Una simile espressione, tuttavia, potrebbe sintetizzare anche una seconda opera, che in pochissimi sui set di Hollywood conosceranno: L’ultimo viaggio di Giovanni Pascoli, la più imponente (ben 1211 versi, ripartiti in 24 canti) della raccolta Poemi Conviviali del 1904.
Si tratta di due prodotti artistici contrastanti, realizzati a più di un secolo di distanza l’uno dall’altro, in epoche e contesti culturali radicalmente differenti. Eppure, sia Pascoli che Nolan sono accumunati da un’operazione narrativa affine. Entrambi, infatti, sembrano aver abbandonato il mito classico di Odisseo, ormai obsoleto, per volgersi in nuove direzioni. Della meraviglia del viaggio verso Itaca non rimangono che spettri, mentre sulle spalle del protagonista grava ineluttabile il fardello di tormento e disillusione. Ogni tappa del suo percorso entra così a far parte di un vasto labirinto mentale, spesso privo di vie d’uscita.

A questo punto, però, data la premessa comune, le vicende imboccano due traiettorie opposte.
Odisseo, in Pascoli, è un uomo anziano, fiaccato dai vent’anni trascorsi in terre ignote e finalmente ricongiuntosi con la moglie Penelope. Ma il ritorno, qui, non costituisce il naturale compimento del suo nostos. La quotidianità famigliare, la cura del regno, persino l’affetto della sposa gli paiono manifestazioni di un’esistenza parziale, incapace di restituirgli appieno il senso di ciò che ha vissuto. Preda di una feroce inquietudine, dunque, Odisseo sceglie dopo nove anni di salpare e ripercorrere, a ritroso, rotte già battute. L’eroe pascoliano ha per meta finale il passato, ma nel mare da lui solcato troverà riflesso soltanto il disincanto della morte incombente. I luoghi del racconto omerico si spogliano della loro aura fantastica, esibendo una realtà ben diversa: la grotta di Polifemo, lo rassicura un pastore, non è altro che l’incavo di un vulcano disabitato; l’isola di Circe ospita una vecchia donna indifesa; delle rocce da cui aveva udito il canto delle Sirene restano solo scogli silenziosi, disseminati di ossa dei marinai caduti. Una moderna Odissea, ma che proprio in questa sua novità sancisce la sconfitta ultima di un eroe che non è più tale. Il concetto di viaggio diviene, quindi, una deriva verso il nulla, nel tentativo di recuperare un incanto che il tempo e l’esperienza hanno eroso. Odisseo si tramuta così in un individuo ferito e solo, esposto a forza nella propria umanità.
Anche in Nolan l’epos è ridotto a un’ombra silenziosa, inadeguata a ispirare solidi sistemi valoriali. Qui a causarne il declino è, però, il trauma. Nolan, infatti, trasforma l’inganno del cavallo di Troia, ovvero la somma violazione della “legge di Zeus”, nel peccato originario da cui distruzione e sofferenza umana discendono. Del sacro codice dell’ospitalità resta solo un involucro vuoto, ripetutamente depredato da uomini assetati di vendetta. Odisseo, di ritorno da Troia, non sfida più Polifemo o le Sirene ricorrendo alla metis che ne aveva decretato la fama. Egli li combatte, piuttosto, come fantasmi di un’interiorità devastata. Se in Pascoli è il tempo a logorare la capacità di stupirsi, Nolan riduce il mondo a proiezione dell’orrore bellico e l’astuzia a un mero meccanismo di sopravvivenza. Il processo di demistificazione del film è, in tal senso, persino più netto di quello pascoliano: mentre nei Poemi Conviviali la meraviglia manca perché consumata dall’età, con Nolan essa svanisce prima ancora di poter essere esperita. Non è quindi un caso che le divinità non compaiano mai. Gli eventi terreni non vengono giustificati dalla loro intercessione e la natura incontaminata è l’unico metro di confronto per il protagonista e la sua flotta. Atena stessa, la sola a comparire al fianco di Odisseo durante il viaggio, viene privata della sua essenza celeste, assumendo l’aspetto di una giovane donna avvolta in drappi cinerei. Una muta rappresentazione delle vittime troiane, il cui compito rimane accompagnare il protagonista come il rimorso di chi ha sterminato migliaia di vite innocenti.

Non stupisce, perciò, l’epilogo di Odisseo in ambedue le opere: la morte in L’ultimo viaggio, l’esilio in L’Odissea.
Nel XXI canto, Pascoli narra di come, giunto alle rocce un tempo casa delle Sirene, l’anziano protagonista solleciti i propri marinai a fermarsi. Sogna di ascoltare nuovamente il loro canto, questa volta libero dalle funi che anni prima lo avevano costretto all’albero maestro.
Il poemetto recita: ché niuno passa su la nave nera / che non si fermi ad ascoltarci appena, / e non ci ascolta, che non goda al canto, / né se ne va senza saper più tanto: / ché noi sappiamo tutto quanto avviene / sopra la terra dove è tanta gente!
Tali creature, seppur ingannevoli, promettono a Odisseo ciò che più di qualsiasi altra cosa ha sempre desiderato: la conoscenza. Risuona, qui, l’eco di secoli di letteratura, con il XXVI canto dell’Inferno di Dante tra i maggiori riferimenti. Odisseo sa che la propria esistenza a breve si concluderà e, attraverso le Sirene, sente di poter finalmente rivendicare una pienezza a lungo perduta. Prossimo agli scogli, però, egli è raggiunto soltanto dall’infrangersi dei flutti: nella grande quiete, si accorge che ormai più nessuno canta. Poco dopo la nave, spinta improvvisamente contro i massi, si spezza e, nell’urto, Odisseo perde la vita. Il suo corpo esanime viene accolto dal mare e condotto all’isola di Ogigia, dove la ninfa Calipso già lo attende. Guardandolo disteso immobile lungo la riva, le sembra ancora di scorgere l’uomo che con lei trascorse sette anni, nell’illusione dell’immortalità. Lo cinge così tra i suoi capelli e lo culla, come un bambino, piangendo sconsolata di fronte alle onde.
La pellicola di Nolan segue più fedelmente la trama narrata da Omero. Approdato sulle coste di Itaca, infatti, Odisseo si presenta a palazzo sotto le mentite spoglie di mendicante, deciso a riportare ordine tra i Proci. La seguente strage, compiutasi con successo grazie al sostegno del figlio Telemaco e all’agnizione di Penelope, segna però l’ultima, sostanziale differenza rispetto al poema originale. Odisseo, divorato dal senso di colpa, confessa alla moglie i crimini perpetrati impunemente a Troia. Mentre parla, nella sua mente riaffiorano, una dopo l’altra, le immagini di donne e bambini massacrati, del fuoco che nel cuore di una notte annientò un’intera città. L’uccisione dei Proci, in tal senso, non è da intendere come lieto fine: il protagonista esegue la carneficina con la feroce efficienza dimostrata in guerra, indice di un delitto che lo ha marchiato per sempre. Il ritorno a Itaca, dunque, non riesce a fermare l’incontenibile ciclo della violenza, che Odisseo continuerà a custodire dentro di sé. Unica soluzione possibile, allora, gli appare l’esilio. L’ultima inquadratura del film lo ritrae di nuovo a bordo di una nave, ora insieme alla moglie, diretto verso l’orizzonte.

I finali di Pascoli e Nolan, per quanto dissimili, disgregano entrambi il senso dell’opera di Omero. Odisseo, spogliato dell’aura millenaria che la cultura occidentale gli ha sistematicamente assegnato, esibisce per la prima volta un’autentica debolezza: quella di un uomo condannatosi al ricordo di un mito che non esiste più.
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