FIL ROUGE: NATALE MA NON TROPPO
Di Giovanni “Fusco” Pinotti

Del genio prematuramente scomparso Satoshi Kon si è parlato e scritto spesso. Tra i cantori della condizione umana, il maestro nipponico si distingueva per uno sguardo profondamente interiore e, al contempo, globalizzante, in un’estetica e una poetica che combinavano finzione e realtà, sogno e quotidianità, psiche e società, miracoli e realismo, al punto da rendere i confini tra queste diverse dimensioni sempre più sottili e impercettibili. In una (ahimè) breve filmografia che conta Perfect Blue (パーフェクトブルー / Pāfekuto Burū, 1997), Millennium Actress (千年女優 / Sennen Joyū, 2001) e Paprika – Sognando un sogno (パプリカ / Papurika, 2006), Tokyo Godfathers (東京ゴッドファーザーズ / Tōkyō Goddofāzāzu, 2003) è senza dubbio l’opera più lineare, positiva e “leggera” di Kon; l’atmosfera da favola natalizia, tuttavia, non impedisce al regista di sondare per l’ennesima volta le profondità dell’animo umano, portando avanti un discorso sociale e politico che chiama in causa le disuguaglianze e le ingiustizie presenti in un Giappone che preferirebbe celarle al mondo.
Il punto di partenza di Kon è duplice: da un lato, infatti, lo spunto biblico dei Re Magi – che qui cercano di riportare il bambino alla madre, invece di seguire una stella per adorarlo – è evidente; dall’altro l’ispirazione a In nome di Dio (3 Godfathers, 1948) di John Ford balza all’occhio sin dal titolo e rimane come sottotesto per tutta la durata del film.
Proprio come nella pellicola fordiana con John Wayne, i protagonisti della vicenda animata magistralmente da Kon sono tre reietti, dei senzatetto burberi, sboccati ed esuberanti che nascondono in profondità traumi, amarezze, delusioni e fallimenti. Si tratta di Hana (Yoshiaki Umegaki), una donna transgender animata dal desiderio di essere madre, Gin (Tooru Emori), un aspro e scorbutico alcolizzato, e Miyuki (Aya Okamoto), la più giovane di questo mucchio selvaggio, una ragazzina scappata di casa e divorata dai sensi di colpa. Mentre scavano in mezzo all’immondizia in cerca di cibo od oggetti di qualsiasi valore, i “tre padrini” trovano una piccola neonata abbandonata, che Hana chiama Kiyoko, il titolo giapponese della celeberrima canzone Silent Night. È la Vigilia di Natale, e i tre senzatetto si imbarcano in un’impresa scalmanata per cercare di rintracciare la madre della piccola Kiyoko, in una Tokyo fredda e cupa, lontana da qualsiasi fantasia turistica.

I simpaticissimi personaggi scritti da Kon e da un’altra compianta sceneggiatrice, Keiko Nobumoto, sono la cosa più lontana da un gruppo di eroi che ci si possa immaginare: caotici, sporchi, stravaganti, puzzolenti e rumorosi, i Re Magi nipponici vengono usati da Kon come contrapposizione rispetto a una metropoli straripante di problemi, dove l’apparente ricchezza e benessere dei suoi abitanti celano drammatici problemi sociali, con uno sguardo che parrebbe rifarsi al Vittorio De Sica di Sciuscià (1946) e Umberto D. (1952), condito da un tocco di favola e fantastico che ricorda anche Miracolo a Milano (1951). I reietti di Tokyo attraversano e subiscono tutto lo sgargiante sfarzo consumistico della metropoli, scontrandosi con la yakuza – potente e influente come non mai –, con i figli viziati dell’alta borghesia giapponese, che si divertono a malmenare i senzatetto fino a ridurli in fin di vita, e con i drammi domestico-familiari di matrimoni messi sottosopra dall’alcol e dal gioco d’azzardo. In questo quadro di apparenza e violenza sociale, sembrerebbero proprio loro, gli strambi senzatetto dalla scarsa igiene (che, va ricordato, è una questione di classe, come pressoché ogni aspetto che si rifà alle disuguaglianze e alle ingiustizie delle liberaldemocrazie borghesi, cosa che Kon afferra in pieno), con la loro ingenua e stravagante sincerità, i degni rappresentanti delle migliori qualità dell’essere umano.
Hana, Gin e Miyuki non sono affatto eroi; eppure, i loro traumi e i loro fallimenti, con tutte le conseguenze psicologiche che ne derivano e che vengono scrutate in profondità da Kon e Nobumoto, li rendono molto più “umani” e sensibili del cittadino medio di Tokyo, gli unici, in un ambiente edonistico e individualista, in grado di prendersi carico di un’altra reietta, la povera e abbandonata Kiyoko, e diventare per lei una seconda – e di gran lunga più amorevole e autentica – famiglia.

Nel corso di questa toccante odissea natalizia, dove la potenza dell’animazione di casa Madhouse regala quadri di una bellezza mozzafiato, i tre sventurati padrini avranno anche modo di rifarsi dei propri errori: Hana cercherà di venire a patti con se stessa, con il suo bruciante desiderio materno e con la sua logorante malattia; Gin proverà ad accantonare la bottiglia e le menzogne con cui ha celato il suo passato per cercare il perdono di sua figlia, da lui da tempo abbandonata; infine, Miyuki dovrà affrontare la sua paura e la sua vergogna, dettate da un drammatico trascorso con un padre autoritario. Per risolvere una situazione disperata, Kon introduce poi anche l’elemento fantastico, con un vero e proprio deus ex machina finale che conferisce alla storia tutta la rincuorante potenza delle più belle favole natalizie. È proprio la speranza il sentimento che domina l’ultimo atto di Tokyo Godfathers: senza scadere nel melenso o nel banale, Kon apre uno spiraglio di possibilità alla redenzione e al perdono, e celebra la famiglia nel senso meno convenzionale e ortodosso del termine – non quindi un nucleo legato solamente dal sangue, ma un gruppo sociale strambo e diversificato in grado di superare il corrotto egoismo edonista della metropoli e di darsi man forte a vicenda. Kon capisce che nessuno si salva da solo e che le vere e più autentiche qualità umane – fortificate, in questo caso, anche dallo spirito natalizio – possono emergere soltanto a partire dalla solidarietà e dall’altruismo. Prendendo a prestito le parole di Fabrizio De André per riassumere e concludere, “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior“.
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